Intervista a Angelo Savelli – regista stabile del Teatro Rifredi di Firenze

Angelo Savelli, regista stabile del teatro Rifredi di Firenze, condivide con noi  la sua esperienza, il suo percorso teatrale e ci parla del del suo spettacolo “L’ultimo Harem”.

Ha iniziato a muovere i primi passi nel mondo del teatro da giovanissimo. L’attuale compagnia stabile di RIfredi, Pupi e Fresedde nasce nel 76, quindi aveva appena 25 anni. Come sono cambiati i tempi, è ancora possibile avvicinarsi al mondo del Teatro avviando una compagnia teatrale e riucire a farla crescere negli anni come è accaduto per lei? Ci sono ancora i presupposti per farlo?

La compagnia non nasce dal niente, avevo fatto tutto il mio apprendistato con Carlo Cecchi, col gruppo della Rocca, avevo lavorato con varie realtà teatrali: la nuova compagnia di canto popolare, il bread e Puppet, dal 71 ci sono state varie collaborazioni di aiuto regista, organizzatore… Nel ‘76 decido di creare la mia compagnia. …. ed è arrivata fino ad oggi.

Secondo lei, se io (che ho 28 anni) oggi decidessi di formare una compagnia teatrale, avrebbe questa longevità?

Credo che i problemi che avrebbe oggi una compagnia sono gli stessi che avrebbe avuto una compagnia degli anni 70 godendo però di un fervore culturale e teatrale che oggi non c’è. Quindi oggi sicuramente è più difficile per certi versi. In quegli anni mettendo su una compagnia, trovavi subito un luogo, dove andare a fare spettacoli; C’erano tanti circuiti teatrali: quelli ufficiali, quelli dell’ARCI, quelli autogestiti, quelli alternativi… Le occasioni erano addirittura troppe, non c’è stata una cernita iniziale, al punto che andando avanti negli anni, quando era il momento di fare i conti, molte realtà non erano preparate e idonee ed una attività continuativa negli anni.

Ci sono meno strutture d’appoggio da cui poter partire come nuova compagnia?

Si, il che non toglie che ci sia ancora oggi gente che ci prova, però manca la possibilità di potersi confrontare con strutture di un certo spessore che ti consentano, se vali di farlo vedere. Vi faccio un esempio: noi siamo nati in un teatrino che non esiste più, si chiamava il Rondò di Bacco. Era una delle due limonaie di Palazzo Pitti. Ospitava delle rassegne teatrali del nuovo teatro italiano: c’era Roberto Benigni con i suoi primi monologhi, c’era Memè Perlini, il Magazzini, c’era il Carrozzone, veniva Bob Wilson dall’America. Un piccolo teatrino che in quei momenti rappresentava una punta di diamante della sperimentazione in Italia. Noi abbiamo avuto la fortuna di fare il nostro primo spettacolo lì, perchè conoscevamo le persone che le gestivano e queste persone avevano molta stima in noi; all’inizio serve sempre qualcuno che ti dà una mano. Se chi decide di darti una mano è una persona di valore, che sa scegliere sa fare la differenza e nel momento in cui decide di aiutarti sa farlo veramente di cuore, questo cambia completamente la vita. Crisi del teatro è intesa in un’altra maniera, è intesa rispetto all’attenzione che il teatro aveva presso i polici e le istituzioni degli anni 80, dove si è fatto un abuso con effetti deleteri,in quanto oggi non ci sono più i fondi dei quali godevamo una volta per poter fare teatro […]

Abbiamo recentemente visto “L’ultimo Harem” mi smentica se sbaglio, ma mi sembra uno spettacolo incentrato sulla figura femminile di ieri, in un harem quindi nella cultura medio orientale/orientale, che non si discosta poi molto da quella di oggi sia in oriente che in occidente. Crede davvero che la donna a prescindere dalle condizioni sociali resti comunque “imprigionata dai propri desideri?

Io in questo spettacolo mi vanto di aver fatto il traghettatore di anime, non ho la presunzione di dire io cosa e cosa deve essere l’universo passato presente e futuro delle donne, mi sono servito di tutte le voci al femminile che potevo e mi sono messo a disposizione per creare un continuum narrativo che più che dare un messaggio facesse appunto riflettere su determinati temi. E mi sono servito non solo della protagonista Serra Ilmaz, ma mi sono fatto aiutare da delle autrici e saggiste come Fatema Mernissi, una donna marocchina che ha vissuto nell’harem quando era bambina, ho tratto anche del “Le mille e una notte”; che era una tradizione orale femminile, veniva raccontata dalle donne. […] Quindi noi abbiamo recuperato anche dal punto di vista della novellistica la tradizione femminile. […]. Si sfatano un po’ di elementi dati dal luogo comune come quello dell’Harem. Noi abbiamo sempre visto l’harem come un postribolo. Per molte donne, invece, era una forma di emancipazione; alcune ragazze della campagna destinate all’ignoranza e alla povertà, nell’harem trovavano un luogo dove venivano educate ed istruite al bello, non solo per il piacere e i fini del sultano. Non era una prigione, molte donne potevano uscire, ci sono stati dei periodi in cui ci sono stati sultani particolarmente feroci, ma nella lunga storia dell’harem le donne potevano andare via e potevano avere addirittura un piccolo “vitalizio”. Questo era il primo luogo comune da sfatare e l’altro era il luogo comune psicologico, quello dell’harem visto come prigione. Quello che lo spettacolo insinua è che non è solo l’uomo debole, incapace di confrontasi con la donna che crea dei vincoli, ma a volte, è la stessa donna che si crea un suo harem come protezione, e che rinuncia ad essere grande, alle sue aspirazioni, per farsi piccolina come l’uomo con cui sta pur di garantirsi un’affettività. In questo senso una delle frasi più belle dello spettacolo dice:”L’amore può diventare una prigione per una donna”. E’ scritta nelle mille e una notte, fa parte di un messaggio che volevamo lanciare. Credo che lo spettacolo abbia l’aria di uno spettacolo chiuso, come una sfera che la gente guarda da fuori e vede le immagini di dentro. Non è un messaggio lanciato dalla scena verso lo spettatore, non ha questa pretesa di comunicazione, tende a chiudersi e a lasciare alla riflessione di quello che si è visto.

Cosa c’è dietro a uno spettacolo?

La stessa domanda potresti rivolgerla ad un attore, o uno scenografo, e via dicendo, e ognuno ti porterebbe il suo particolare punto di vista. Io ti parlo del mio, quello del regista. Dietro a uno spettacolo ci stanno la mia cultura, la mia sensibilità, la mia storia, i film e gli spettacoli che ho visto, tutto un insieme di cose che non devono mai pesare sullo spettatore, ma che gli devi far arrivare in una forma fruibile. Per questo credo che un regista debba avere un background culturale importante. Il suo compito è quello di offrire un sostegno solido e credibile agli attori, poi di creare un qualcosa che – a differenza dello spettacolo commercial-televisivo (dove lo spettacolo è sempre “meno” dello spettatore) – sia sempre un pochino più dello spettatore per, spingerlo a un ripensamento, in qualche modo, a una riflessione rispetto a quello che ha visto; ma non perché gli ho buttato addosso in maniera presuntuosa chissà quali verità: come ho detto lo spettacolo deve essere fruibile

E quindi che cos’è per lei il pubblico?

Il pubblico è sempre stato poco considerato, in particolare nella storia del teatro scritto. Ma, mentre tutti gli altri – regista, scenografi, eccetera – scompaiono dietro la messa in scena, il pubblico ne è il grande protagonista insieme all’attore; sono loro che creano l’ “elettricità” della rappresentazione teatrale. E lo spettatore è anche un “demone” che mentre lavori ogni tanto ti bussa e ti tira il vestito. Ci sono fasi intere durante la produzione di uno spettacolo, in cui devo fare il faticosissimo sforzo di mettermi nella sua ottica. Teatro viene dal greco “Theatron”, che significa vedere, ed è lo sguardo del pubblico che devo riuscire a guadagnare. Al di là del fatto che il pubblico è variegato, c’è una qualità quasi junghiana dell’insieme del pubblico che, nelle differenze che comunque ci sono, in qualche modo lo unifica. E’ a questo sguardo collettivo che devo far riferimento. E lo spettacolo funziona se sono riuscito nel doppio compito di mettermi prima nell’ottica di uno spettatore singolo, poi del pubblico intero.

Che consigli darebbe a noi allievi del teatro ‘O?

Diciamo che esistono due strade, entrambe degne di rispetto. Una è quella del teatro amatoriale, una è quello del teatro di livello professionistico. Se la prima è dettata dall’amore per il teatro, ben venga! In quanto alla seconda forma, il mio parere è che serve sincerità con se stessi, e da parte delle persone intorno, rispetto al proprio talento. Solo se c’è una base di talento questa seconda forma è possibile. Credo che una formazione vera possa passare o attraverso una scuola, organizzata secondo veri e propri canoni scolastici. Oppure attraverso una frequentazione assidua del palcoscenico insieme a figure magari già affermate, e dalle quali sia possibile “rubare” il mestiere.

 

Gianluigi Lorenzi e Arianna Sisti

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Teatro.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...