LA MERDA di Silvia Gallerano

Silvia-Gallerano_La-Merda

Bruco o farfalla?

 

Ci vuole un bel coraggio, a oltrepassare la linea gialla, e a buttarsi…senza nessuno che ci inciti. Cosi inizia lo spettacolo del bruco Silvia Gallerano, che tesse il suo bozzolo intorno a se, all’interno del quale ci sono conformismo, luoghi comuni…e la sua incertezza iniziale esplode con la finale nascita della farfalla, che avrà ingoiato merda, cibo, cazzi, umiliazioni, per diventare una donna nuova, che sa, che conosce cosa sono e quali sono le difficoltà di affermazione che nel nostro tempo farciscono la vita di una donna. Donnetta incerta, lamentosa, lacrimosa, con voce noiosa, si presenta così, però con i suoi atteggiamenti tutti calcolati: “io vado, faccio il provino, e dico e faccio” dove il verbo non è al futuro, ma al presente. Lei sa già cosa accadrà, quale mediocrità la investirà, quale cibo dovrà mangiare, quali cazzi dovrà succhiare. E ci gioca su….”mi metto a piangere, e lui mi guarda” , sa quali sono i suoi limiti, “le cosce grosse” , ben sapendo che dopo tutto questo sacrificio, questo abituarsi, ciò che uscirà sarà una donna nuova, e libera, libera di essere quello che vuole.

Il bruco Silvia Gallerano si presenta in scena vestita solo di rossetto…si, solo di rossetto, coi suoi occhi chiari e magnetici, con l’assenza del bisogno di vestirsi, assenza di colori, perché quando si è bruco non ci sono colori, niente importa se non la propria ricerca nell’affermarsi, nel divenire farfalla. Si presenta in cima a un trespolo, e in realtà guarda tutti dall’alto anche se nessuno lo capisce, e borbotta l’inno d’Italia, come fosse una canzonetta senza senso, senza profondità. Il suo monologo distinto in tre momenti, le Cosce, il Cazzo e la Fama, ci fa capire quali sono i luoghi comuni affrontati: quei luoghi comuni che creano oppressi ed oppressori, che fanno della mediocrità e dello squallore la ricchezza di molti; mediocrità e squallore che Silvia, il bruco, utilizza per affermarsi come nuova creatura, se li porta dentro al bozzolo e se ne nutre, uscendone poi come una donna nuova, con la propria dignità, senza preconcetti, senza doversi classificare oppresso od oppressore. Viene in mente un Pasolini, nelle 120 giornate di Sodoma, dove i ruoli sono ben distinti e muore la speranza e la dignità. Qui invece c’è tanta dignità, tanto divenire, tanta fatica, tanto sacrificio.

Dice una canzone…le donne lo sanno, sanno già tutto come si fa.

Si, ma ci vuole un bel coraggio a oltrepassare la linea gialla, e divenire una donna nuova, libera…

 

Sara Marzo

Visto al Teatro Puccini di Firenze

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