“Vuoi giocare con me?” Dietro la maschera dei Familie Flöz

teatro-delusio-familie-flozMentre lo spettacolo, quello che noi non vedremo mai, si muove sui binari di un copione collaudato, nel dietro le quinte assistiamo ad una laboriosa invenzione del quotidiano, in tutte le sue gradazioni possibili, dall’ordinario all’inverosimile. Da un lato ciò che deve accadere, dunque, dall’altro ciò che può accadere. Ed è all’interno di questo angusto backstage, costretto tra le insidie dei due sipari, quello fittizio e quello reale, che i Familie Flöz costruiscono Delusio, un’idea di teatro ispirata e fragile, perennemente in bilico tra slancio e disfatta.

Maschera fissa e afasia sono gli altri ostacoli che si sono autoimposti. E la sanno lunga, a cercare il potenziale nella menomazione. Perché quello circoscritto dal limite è lo spazio migliore per coltivare la forza di superarlo. E poi, acquisito lo scatto, per andare oltre la stessa idea di limite. E noi non possiamo far altro che sentirci solidali e coinvolti in questa loro operazione, ma al tempo stesso anche insufficienti, impreparati spettatori di un teatro impossibile.

Ora sul palco si danzano nuovi amori, si creano legami, si compiono duelli, si cade in tranelli, si sbriciolano certezze, si rompono promesse. Ed è quest’incontro-scontro tra corpi e tra sentimenti che mette in scena la più grande illusione dell’umanità: quella di esistere in quanto tale e non di essere una semplice somma di solitudini.

Eppure ne vale la pena. E ne varrebbe la pena altre cento volte, ci dicono i Familie Flöz, perché perlomeno avremo imparato a giocare. Tutto ciò che viviamo, in qualche modo, è sempre un gioco. Il gioco è la cosa più seria che c’è. L’amore è il gioco più complesso, avvincente e spericolato che esiste. Queste tre frasi mi palpitano nelle tempie mentre mi diverto con una serie inesauribile di stralunati personaggi. E sento che tutti loro si ostinano a porre (e a pormi) in silenzio la stessa infantile, disperata, eterna domanda: “vuoi giocare con me?”.

Forse lo sapevo già, ma adesso, mentre i tre saltimbanchi mascherati ci danno dentro sul palco, ho davvero la sensazione che la vita, quella più autentica, si riveli nell’attesa di entrare in scena, nelle pause che pensi inutili, nell’incidente di percorso, nell’incontro che non avevi programmato.

Ecco perché lo spettacolo principale, quello che noi non vedremo mai, non è poi così interessante. Ecco perché siamo qui incollati a osservare cascami di palco, vecchi bauli, anticamere desolate. A cercare verità nei surreali interstizi di questa vicenda, dal lato sbagliato della scena. E a scoprire che il nostro cuore, in fondo, è fragile e impossibile, come il teatro dei Familie Flöz.

 

Familie Flöz, “Teatro Delusio”
Visto al Teatro Puccini di Firenze, il 20 gennaio 2018
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