“La Cerimonia”- Fabbrichino (Prato) di Oscar De Summa con Oscar De Summa, Vanessa Korn, Marco Manfredi, Marina Occhionero.

Non sai cosa fare? Sbrigati a decidere o qualcun altro lo farà per te.

Non galleggiare per paura, non perdere tempo. E’ un invito a guardarsi dentro, non per un dialogo limitato con se stessi, ma per conoscersi e condividere con gli altri quello che siamo. La Felicità è tale solo se Condivisa (si meritano la maiuscola). Ma per arrivarci bisogna togliere quella maschera, quello scudo che abbiamo deciso di tenere. Dobbiamo avere il coraggio di vedersi e di vedere quello che ci circonda per ciò che è davvero. Guardare la realtà con tutte le conseguenze che questo comporta. Parliamoci chiaro, oggi questo non lo fa quasi nessuno. Forse nemmeno ieri. Perché spesso la realtà non è come vorremmo, le persone ci deludono, ci feriscono, le cose non vanno come dovrebbero.

Ma se la realtà non si affronta il prezzo da pagare è più alto. Fai della tua vita una bugia, gli anni passano ed è tutto falso intorno a te , e sei tu che l’hai voluto e costruito e alimentato. Quello che sei non ti piace, quello che hai non lo vuoi, anzi ti fa orrore. E poi cosa hai? Nulla. Se non hai te stesso. Nothing else matters.

Marina Occhionero mi ha davvero impressionato, imbarazzato e stupito, favolosa, complimenti. Anche gli altri attori sono molto bravi, sul monologo di De Summa mi sono commossa. Bravi tutti davvero, difficile per me trovare le parole per descrivere questo splendido ed emozionante lavoro, dovete andare a vederlo!

 

cerimonia

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Elvira di Toni Servillo | una vera lezione di teatro

L’attore deve essere vero ma non coi suoi sentimenti. Deve essere veramente menzognero

 

 

Ieri sera mi è capitato di andare a un laboratorio di Teatro. La lezione era tenuta da un mostro del teatro attuale, a parer mio. Toni Servillo, che comincio ad apprezzare più come attore di teatro che di cinema, che mi piace molto.

Che cosa è il Teatro?

Un attore e un’allieva. Sul palco. Entrambi cercano. Uno da nord, l’altra da sud, uno da fuori, l’altra da dentro. Cosa cercano?

Si apre così il laboratorio di Teatro. E badate bene, non è che ho scritto Teatro con la T maiuscola per errore eh…

Sì, perché il teatro come lo intendiamo noi poveri uditori è andare a vedere uno spettacolo e criticare, una volta tornati a casa, ciò che abbiamo visto, riferendoci al fatto che quell’attore sia più o meno bravo, più o meno passionale, più o meno qualcosa insomma.

Ma nel laboratorio di ieri sera ho capito finalmente cosa è il teatro. Ho visto il teatro al lavoro, ho visto e sentito l’attore e l’allieva fare un percorso insieme. Entrambi i protagonisti del Teatro, regista e allieva, sono coinvolti in quel processo di ricerca, e non hanno paura no, non hanno esigenza l’uno di dover predominare sull’altra, no. Esiste una dualità, fra maestro e allieva, esiste una dualità che è verità e menzogna, che è tecnica e sentimento, che è narcisismo e spossessione; e ci bastano queste poche parole per capire. Per sapere che quello che vedrò a Teatro è il teatro al lavoro.

L’attore deve essere vero, ma non coi suoi sentimenti, deve essere veramente menzognero, deve usare la tecnica per entrare nel sentimento, deve essere narcisisticamente fuori dal sé. I protagonisti, maestro e allieva, instaurano un rapporto violento e appassionato, intimo e furioso, in cui chi tira la corda vuole di più, e chi deve dare si supera, riuscendo così, in un continuo crescendo a perdersi e ritrovarsi in una continua altalena, ed ogni volta ad essere meglio, più consapevole, più matura, più pronta.

Entrambi si prendono per mano, scontrandosi e incontrandosi ma camminando, coinvolti entrambi in quel processo di ricerca sul personaggio e contemporaneamente su se stessi. Avanzano entrambi in un territorio sconosciuto, inscenando dei veri e propri combattimenti corpo a corpo, fatti di dubbi, crudeltà e complicità.

Il laboratorio è durato solo sette lezioni, durante le quali la scenografia ha retto poco (un incidente di percorso), e il solito cafone ha fatto squillare il solito telefonino. Purtroppo, solo sette lezioni, e poi ci ha pensato Hitler a farlo finire.

Grazie Toni, grazie Jouvet.

Grazie Leonardo e Paolo

 

Sara Marzo, Teatro Niccolini di Firenze

Mi chiamo Alex e sono un dinosauro

dinosChe differenza c’è fra essere liberi e sentirsi liberi?

 

Nessuna, affermerebbe uno sprovveduto, e se volessimo manipolare qualche filosofo diremmo che se pensiamo allora siamo, quindi se penso di essere libera allora lo sono. Ma tutti noi sappiamo che la realtà è ben diversa da ciò che noi vorremmo.

FA’ AFAFINE

Mi chiamo Alex e sono un dinosauro

Che differenza c’è fra essere liberi e sentirsi liberi?

Voglio andare al di là delle polemiche che hanno investito questo spettacolo, e voglio guardarlo con gli occhi di un bambino. Due mondi a confronto, quello dei genitori incasellati in uno stereotipo di lavoro, quello del figlio “un pò strano a detta dello stesso Alex, che, come tutti i bimbi, ha già capito tutto. Ha già capito che in quella sua stanza, dove si sente libero, può decidere di non essere niente, ma di essere libero per davvero! Ha già capito che invero nella realtà sentirsi libero non può equivalere ad esserlo. E si cruccia Alex, perché nella sua semplice testa sa che questo metterà in difficoltà i suoi genitori.

Genitori, che cercano di incasellare, anche se accettano le estrosità del bambino, e inizialmente non capiscono. Genitori che si ritrovano, loro malgrado, a vedere e vivere una verità, o tante verità, che non sono stati educati a trattare, che non sanno come affrontare. Genitori che si rendono conto improvvisamente che il loro bambino è una persona, con un carattere, un’anima, una posizione nella società, delle volontà. E non hanno dubbi, grazie al cielo. I genitori lasciano perdere tutto, scelgono il figlio, seguono la natura e addio agli stereotipi. Glielo faranno vedere loro di cosa sono capaci i genitori di Alex!!!

Numerosi spunti davvero interessanti, uno fra tutti il tema del bullismo sul diverso, e il concetto dell’amore, che è una cosa semplice, ma che poi, quando si cresce è complicato… ma da cosa? Cosa complica l’amore? La fantasia, grande valvola di sfogo dei bambini, per le frustrazioni a venire.

Finalmente uno spettacolo visto dalla parte dei bambini, con un attore assai giovane, e quindi di memoria ancora fresca.

Teneri e davvero bravi e intensi i genitori, commovente e credibile la storia. E quando un bambino ci dice che i pensieri belli sono come uccelli, si muovono tutti insieme per non perdersi, cos’altro c’è da dire?

E allora continuo a domandarmi: ma che differenza c’è fra essere liberi e sentirsi liberi? Un po’ come fra il dire e il fare… c’è di mezzo un oceano

 

Visto al Teatro di Rifredi di Firenze

Sara Marzo

Human – Lella Costa e Marco Baliani

RAVENNA FESTIVAL 2016. HUMAN Marco Baliani, Lella Costa Foto Fabrizio Zani / Daniele Casadio

Foto Fabrizio Zani

Si sa, l’arte rende il mondo meno terribile.

Avete mai letto la storia di Ero e Leandro? Non la versione di Marlowe, seppur bella, lo immagino, ma la versione di Museo Grammatico, in esametri, del V-VI secolo. Struggente storia d’amore piena di passione.

Ecco. Lella Costa e Marco Baliani si presentano cosi, recitando, anzi raccontando una storia d’amore che rapì tanti ascoltatori, canovaccio per le storie d’amore della televisione, dove la gente, anche se si racconta di un naufragio, non muore, “perché c’è la televisione!”

Comincia così lo spettacolo, con una scenografia d’effetto, un muro fatto di vestiti, colorati con le tonalità del sangue, e balle di vestiti a mo’ di sedie. Tutti in scena hanno vestiti rossi o quasi.

Comincia con luoghi comuni, i classici luoghi comuni che portano un popolo quale quello italiano a confrontarsi con i profughi, che arrivano da paesi lontani da noi, ma tendenzialmente sullo stesso nostro parallelo, memori del fatto che il nostro sud, il sud di questa terra fatta a forma di banchina, di molo, dove approda la vita, si trova proprio sullo stesso parallelo di chi lotta per non morire.

E si continua con il diorama della tela di Caravaggio, il riposo durante la fuga in Egitto, dove l’arte in genere, dalla musica alla pittura, è interessata al grande problema della ricerca della vita. E non di vita come essenza, come voglia di fare, di creare. Qui si parla di vita intesa come contrapposizione alla morte. Ma si sa, l’arte rende il mondo meno terribile.

Leandro ed Ero ci portano la sui flutti, nel mare, dove è visibile, seppur con difficoltà la luce della speranza, il barlume del “forse”, il sogno del “possibile”, l’alternativa della vita alla morte. E così come Leandro rischia di affogare ogni notte, così il nostro mare è una tomba, e i grattacieli galleggianti sentono le voci, la disperazione di chi all’alternativa della morte non ha avuto scampo.

Si continua coi luoghi comuni, col fotografo e il soccorritore, che si confrontano, coi marinai che disattendono alle leggi pur di non diventare schiavi dell’innaturalità, in una realtà che a volte cerca di farci dimenticare che siamo uomini, umani, insomma, in poche parole Human.

Ero e Leandro? Su di noi grava la morte di Leandro, affogato tra i flutti in una notte dove la luce della speranza è stata spenta dalla natura stessa. Il vento e il buio renderanno meno leggiadri i nostri pensieri, ma si sa, di notte i pensieri sono più pesanti. Interessante il gioco di luci, forte il tema confortato da colori e da scenografia. Bravi tutti in una piece che ci ha ricordato che prima di essere uomini e donne, e lavoratori e vecchi e giovani, siamo prima di tutto umani.

E non dobbiamo dimenticarcelo!

 

Sara Marzo

Quando le parole si frantumano in bocca – recensione Tre alberghi

tre-aTre alberghi

Siate Prudenti!

Ieri sera sono andata a vedere Tre alberghi, della regista Serena Sinigaglia.

Ad essere sinceri ci sono davvero poche cose da dire su questo spettacolo.

Due attori, lui e lei, attempati, ma non vecchi, o quantomeno in quella età dove ancora la coda della giovinezza è li dietro l’angolo. Due anime in pena che si guardano dentro, in un viaggio lungo una vita che non ha intimità, snodato fra Marocco, Brasile e Isole Vergini. E come il viaggiatore qualunque, che per volontà o per distrazione, durante un viaggio capita che perda il cappello, un fazzoletto o una maglietta, Ken e Barbara si sono persi i credo, i valori e addirittura un figlio, in questo loro viaggio della vita e della morte.

Rimane ben poco da dire, quando c’è una immensa implosione, quando parlando le parole si frantumano in bocca e ci sfuggono fra le dita arrivando a terra sotto forma di polvere, la polvere della sabbia delle isole vergini, la polvere del latte baby formula, la polvere di un corpo morto, la polvere della vita.

Rimane ben poco da dire quando la vita che in qualche modo si è scelto di vivere ci ha costretto, ci ha ingabbiato, in una realtà falsa e giocosa fatta di sfarzi e incanti che si sa, valgono poco.

Rimane poco da dire se il figlio viene ucciso proprio per colpa di un orologio, banale simbolo di opulenza e grandezza finanziaria, ma senza profondità, un valore senza valore.

Un uomo lui, dedicato alla carriera, in cui l’effimero gli ha preso la mano, e lo stimolo della competitività in sinergia con troppi Martini, gli ha fatto perdere tutto.

Una donna lei, che solo poiché non ha un lavoro riesce ancora, grazie a un tradimento, ad avere memoria dei principi e dei valori che non creano ricchezza contabile, ma sono importanti.

Tradire è uno stimolo alla memoria. E la memoria ci serve per ricordarsi chi siamo.tre-al

Una stanza lontana, un posto nella memoria, dove poter decidere, anche solo per l’ultima volta, come morire, dove morire e soprattutto perché, in nome del figlio immolato all’opulenza… d’altra parte si sa, anche il capitalismo ha i suoi morti, come la pestilenza e le guerre. In Africa poi si muore anche di fame… basta con ‘sti bambini dall’addome gonfio!

Rimane poco da dire quando una delle donne di rappresentanza del www, cioè del women world wives decide di esplodere, di ricordare, di mettere in guardia le altre perché non facciano l’errore dell’inconsapevolezza. Rimane poco da dire, quando nel giorno della festa messicana dei morti, Ken si consacra alla morte, in mutande, senza orpelli né vestiti, senza lavoro, senza figlio, come ultima e obbligata tappa finale.

Ve l’avevo detto che c’era davvero poco da dire.

Grazie

 

Sara Marzo

Visto al Teatro Fabbrichino di Prato

mercoledì 1 febbraio 2017

Smith&Wesson o Tom&Jerry?

smith-e-w-4Smith&Wesson

L’altra sera sono andata a vedere, al Metastasio, questo spettacolo con Natalino Balasso e Fausto Russo Alesi, Smith&Wesson, ovvero una delle storie di Tom e Jerry. Avete presente Tom e Jerry, i due protagonisti dei cartoni animati, dove il gatto rincorre il topo che inesorabilmente “dà le pappe” al gatto in questione, che comunque lo rincorre all’infinito? Ma non si troveranno mai? Grande metafora della vita i nostri due personaggi cartoon!!!

Smith e Wesson, opera teatrale ricavata dal racconto scritto da Baricco e messo in scena da un regista avvezzo, se non ho letto male, a lavorare con Balasso.

Balasso e Alesi, comico il primo, proveniente dalla scuola di Paolo Grassi il secondo, che fa (o faceva non so, beata ignoranza!!!) parte del gruppo A.T.I.R., premio UBU del 2002. Faccio riferimento a loro due soltanto, perchè diciamocelo, in realtà io sono andata a vedere Balasso, che mi aveva incantata in Velodimaja e che avevo trovato interessante, frizzante, giocoso e comico, di quella comicità interessante, cerebrale, come piace a me.

Certo che vedere un Balasso, con quella fisicità da cane Carlino, nei panni novecenteschi un pò sgualciti e dimessi, a fare il meteorologo fantasioso, che fa ricerca sperimentale, fa davvero strano eh!! Alesi nei panni del pescatore di cadaveri fa pensare. Intenso e struggente nella disperazione di un passato senza futuro, Intendo il passato di fave che si cuoce nella cucina obsoleta della capanna! E’ inutile che racconti la trama della storia , tutti la sanno. Una ragazza giornalista , ma più che altro giovane, cerca la notorietà attraverso un gesto eclatante, e per fare ciò ha bisogno di due compagni di viaggio navigati, un pò matti e senza nulla da perdere.

La scenografia davvero interessante, con un telo di plastica che fa da cascata, e semplicemente un telo di seta che passa addosso al pubblico, a far percepire le onde, la marea, la schiuma, la vita e tutto quello che può significare. Metafore? No. Non ne ho trovate un gran che, ma non sempre ce n’è bisogno, anzi. Forse se ne trova un po’ nella scenografia, in questa casa del tutto strana, un cubo di metallo; ma si sa, le macchine sceniche sono sempre parecchio interessanti.

Credibile, abbastanza credibile Balasso, intenso, e un costruttivo Alesi, frizzante e molto giovane la giornalista, presenza-assenza la tenutaria della casa albergo. Colloqui notevoli, alla Baricco, con quel vedo-non vedo e sento-non sento che fa immaginare tanto alla lettura, ma difficile da rendere sul palco. E nell’insieme lo spettacolo è stato garbato, scenografia impeccabile, attori ordinati, credibili, diligenti.

Avete presente quel film… la leggenda di Bagger Vance, dove un famosissimo giocatore di golf di ritorno dalla guerra deve riprendere la sua carriera ma non ci riesce fino alla fine? Vi ricordate cosa dice Bagger? “Dentro ciascuno di noi c’è un solo vero, autentico, swing. Una cosa con cui siamo nati, una cosa che è nostra, nostra soltanto. Una cosa che non ti può essere insegnata e non si impara… per cercare lo swing bisogna avere e trovare la concentrazione, e solo un colpo è in perfetta armonia col campo”.

E quando comincio a pensare a parole di altri film…

 

 

Sara Marzo

Visto al Teatro Metastasio di Prato

sabato 21 gennaio 2017

Utoya – Meno male che io c’ero

utoyUTOYA

Meno male. Meno male che non c’era molta gente ieri sera a teatro, in quel piccolo teatro di Prato, al Magnolfi, a vedere quello strano spettacolo, questo Utoya.

Meno male che spesso le persone che fanno massa si dimenticano degli attori che fanno teatro di nicchia, teatro civile, teatro sociale. E che peccato per me che invece c’ero, che gran dispiacere vedere uno spettacolo diverso dal solito.

Sì perché quando si guarda uno spettacolo civile ci si aspetta sempre la ricetta tipica. Prendiamo una notizia, una strage, un qualcosa che valga la pena di essere raccontato. Si recita su 1 kg di informazioni: ci si mette 500 grammi di attore, che può essere anche uno qualunque, ma meglio se affabulatore e possibilmente gran gnocco, 300 grammi di recitazione, o meglio di srotolamento informazioni, 1 etto di emozioni e di pause ben dosate, pochissima tecnica teatrale, e il resto si può suddividere tra scenografia e luci. Seguire la ricetta e il gioco viene da se. Facile, diremmo noi, ma qualcuno potrebbe obiettare che le cose facili sono bravi tutti a farle.

Prendiamo la stessa notizia… che ne so, magari la strage di Utoya, giusto per dire, e raccontiamola in modo diverso. Non dimentichiamoci mai della documentazione, e anche qui mettiamoci un paio di attori interessanti, magari non gnocchi. Mettiamoci una scenografia da brividi, che ricordi un sacco di cose, frammenti di specchi, frammenti di vita, alberi tagliati, vite tagliate. Barlumi di luce, barlumi di ombre.

Siamo in Norvegia con tre coppie che ci raccontano dal loro punto di vista la tragedia, filtrata dalla loro vita, vita quotidiana nella famiglia piccolo borghese, ideali altissimi lui, ristrettezza mentale lei, vita stanca nei due agricoltori fratelli, scemo del villaggio lui, saggia sorella lei, vita dettata da regole nei poliziotti, ambita preda lei, emerito coglione lui. Tre coppie, sei ossimori, tre coppie di opposti, laddove, come nella vita vera , gli opposti vivono e spesso condizionano il resto del nostro vivere. Prendiamo anche una lingua, un dialetto del nord, e a questo punto potremmo essere in Norvegia, in Svizzera, in Lombardia, nell’alta Padania, bo?

Ma è importante? Gli attori ci dicono che ciò che non serve va tolto, ciò che non serve fa fare gesti parassiti, ciò che non serve devia l’attenzione. L’essenziale, quello è importante, solo l’essenziale.utoya-_1

Si, questo gioco mi piace, e raccontiamo una delle tante, troppe stragi che hanno sconvolto una generazione, passando dalla vita reale, dalle emozioni che ci travolgono e che ci fanno entrare dentro al palco, e ci fanno chiedere, ma se ci fossi io? Ah, e non ultima, mettiamoci la tecnica, le pause, le figure, la lingua, i tic. E sono questi che ci fanno sentire la verità, capire che siamo la dentro con la madre insoddisfatta e triste, il fratello scemo ma lungimirante, la poliziotta metà mamma metà donna.

Ecco, il grande gioco dei contrapposti è partito, e allora si sa ma non si dice, si immagina ma non si vede, si sente l’orologio ma non si sa l’ora. Il sacro si mescola col profano, la politica con la gioventù, gli ideali con le idee, la semplicità di pensiero con la disabilità.

Tre coppie, tre mondi che grazie alla tecnica teatrale si fondono ma sono ben distinti, che ci inondano di emozioni e di attese.

Meno male che c’era poca gente a vedere uno spettacolo diverso, uno spettacolo dalla parte della gente comune, vittime e carnefici, dove la disperazione fa crollare le regole della buona famiglia, della legge. Tutte queste emozioni non sono facili da gestire in molta gente… ma si sa, le cose facili riescono a tutti.

Meno male che io c’ero!

 

Sara Marzo

Visto al Teatro Magnolfi di Prato

sabato 14 gennaio 2017