MARIO PERROTTA “ Della Madre”

Lastra a Signa, 31 gennaio 2020

Mario Perrotta e Paola Roscioli

Perrotta, un anno fa, fu una sorprendente “illuminazione” proprio in questo stesso Teatro, sul palco nero , obliquo, con tre statue di ferro alle spalle  ci mostrò con una semplicità spiazzante (citandolo  “un’ altro aspetto fondamentale del teatro: il segreto della luce, che sta nei bui che riesce a creare.”)portando in  scena NEL NOME DEL PADRE , tre padri appunto, ma anche tre figli e tre madri…illuminati nella penombra tre famiglie comuni  dove ognuno si  contrappone a se’ stesso a specchio svelandosi a poco a poco nella propria identità, riflettendo sensibilmente le nostre fragilità, di padri, di madri e di figli.

Figli estranei e indecifrabili, apparentemente assenti che compaiono energicamente solo grazie ad un gioco sottilissimo fatto di parole, di concetti, invisibili fisicamente, ma potentemente presenti e problematicamente risolutori, ignari guaritori di drammi irrisolti e nascosti  vissuti prima da figli e poi da padri.

Tutto questo con un lavoro esemplare centrato tutto su se’ stesso e sulla sua magnifiche interpretazioni.

La trilogia monologo “In nome del padre, della madre, dei figli” nasce da un intenso confronto con lo psicanalista Massimo Recalcati, che alle relazioni familiari ha dedicato gran parte del suo lavoro,mostrando le debolezze dell’uomo/ padre moderno, Perrotta esalta tra l’altro una grande umanità e nella sua semplicità mette in scena tutta l’attualità di un vissuto sociale  attuale e in fervore continuo.

Nasce così il  penultimo monologo facente parte della trilogia, che oggi si dedica ALLA MADRE.

Una madre che Perrotta interpreta oggi con l’ausilio di troppi giochi scenici, disperdendo tutte le belle capacità e le potenti tracce di se’, una madre che viene spogliata della sua dignità drammaticamente, una madre a cui Perrotta, qui fa “sgretolare tutte le certezze epiche su sé stessa per approdare a un visione più complessa e problematica di se’ e del mondo, scoprendo il confronto come strumento sistematico di creazione”, anche se questo confronto la porterà a farsi tristemente  beffeggiare su dissacranti scambi di opinioni perfino su Whatsapp.

Una madre che Perrotta descrive con una tristezza imponente e una ferocia deprimente affrontandola con uno sguardo troppo severo, la rende mostruosa egoista fagocitaria e accentratrice.

Una statica mongolfiera bianca incapace di svolgere il suo ruolo.
Le pone l’accusa più pesante che una donna, una madre possa sentirsi fare.

L’accusa è di non essere capace  lei stessa di staccarsi dal cordone ombelicale che la lega alla nonna e infine incapace di ritagliarsi un ruolo nella società.

Di aver rinunciato alla sua femminilità ancor prima di aver accettato la maternità e di rimanere schiava di  quel  tipico legame della cultura italiana che si propaga  tra madre/ figlia e nonna, in una sorta di quadro “ le tre età’” di Gustav Klimt, Perrotta la descrive soggiogata in una sorta di prigione matriarcale.

Gode nel togliere questa immunità alle Madri Madonne Italiane.
Perrotta vuole  pesantemente provocarci per farci riflettere ancora sulle nostre fragilità e attraverso queste metamorfosi vuole scatenare il nostro disgusto.

Le madri comunque rimangono il “ simbolo di una icona che sa essere sempre più  ricca, più variopinta che mai” nonostante le forti accuse di Perrotta di stasera, poiché  come dice invece il suo grande amico Massimo Recalcati nel suo libro “ Le mani delle madri “alla fine nessuno di noi si autogenera, la vita viene dalla vita , la funzione materna  è la“ figura del “soccorritore “ di  (Froid) la vita cadrebbe nel vuoto se non ci fosse questa figura che la coglie,  la capacità di trattenere la vita  andrebbe persa senza la presenza delle madri, le mani della madre sono la prima lingua , toccato accudito accarezzato dalle madri non solo come funzione gestuale ma come origine del linguaggio insieme al volto della madre non avremmo  il primo sguardo sul mondo.

La madre può soffocare la vita quando è troppo presente, quando non sa essere donna, la madre patologica e’ un aberrazione della madre, la madre che sacrifica la vita del figlio per non perdere il diritto di proprietà sul proprio figlio è la madre tiranna, la madre malata, ma il dono radicale della maternità invece è  intoccabile si fonda su qualcosa che va profondamente oltre e va rivalutato, una madre ci insegna nel nostro tempo  seppur il tempo dell’incuria e della dispersione a rimettere  al primo posto la “cura materna” come attenzione al particolare, in questa cura del particolare si trasmette il sentimento della vita, cioè la capacità di trasmettere il desiderio della vita, l’unico momento di riscatto che Perrotta concede è nell’unica frase che la nonna ripete alla figlia ormai persa e confusa “ Ascolta il tuo Cuore”.

“Troppe Arie” Trio Trioche

Teatro delle Arti, Lastra a Signa, 13 dicembre 2019

Franca Pampaloni, Nicanor Cancellieri e Silvia Laniado, regia di Rita Pelusio

Simpaticamente incuriositi dal titolo, ci sediamo in platea per assistere allo spettacolo del Trio Trioche, che solo pronunciandolo ci riempie la bocca della sua abbondante ‘strabordanza’ ci interroghiamo infatti sulla sua origine, ma la provenienza ci spiega la stessa Silvia Laniado più tardi, è nata gogliardicamente in una allegra serata del 2013 trascorsa insieme alla regista Rita Pelusio, nella quale bevendo un ottimo Borgogna e trastullandosi alla ricerca del loro Nome dice “ …è venuto fuori spontaneamente dando un po’ l’idea del trio” , ” …e scherzando sull’assonanza con le oche e le brioche in un francese italianizzato “ci conferma Franca Pampaloni , vuola’, nasce “Trioche” .
Il suono francese, però  ci evoca anche suggestioni storiche sul teatro di varietà, o, più comunemente  variété  nella sua declinazione appunto francese, un genere di spettacolo teatrale leggero come imitazione del Cafe’-concert .
Si tratta di un genere di spettacolo nel quale si eseguivano numeri di arte varia tra cui operette, giochi di prestigio, balletti, canzoni..in questo caso il teatro si struttura in un alternarsi di note musicali e comicità deliziosa, mai eccessiva un genere molto attuale oggi, ma che raramente racchiude il sapiente studio multidisciplinare e poliedrico di musicisti comici e sapienti intrattenitori, è vero che prende consistenza dal teatro fisico e  dalla clowneria , ma qui l’evoluzione è  stata strumentale/ melodica , è un vero e proprio concerto, la vera protagonista è la musica in genere e la lirica e la fine satira nasconde il voler smascherare il grande amore per questa preziosa arte.
La storia si ambienta sul palco in un concerto musicale, i protagonisti sono una arzilla Signora ( Franca Pampaloni) al pianoforte e il nipote( Nicanor Cancellieri )al flauto traverso che si trova a dover contenere la vivace Norma ( Silvia Laniado) badante della zia che ha una vera abilità artistica lirica e che stravolge completamente il repertorio tradizionale classico a favore di interpretazioni riarrangiate e dissacranti di rumori eseguiti con oggetti  strani spesso impensabili.
L’energia di Norma  è frizzante  con i suoi potenti vocalizzi ed esuberante nella sua comicità e complicità di scambi e di giochi equivoci con il nipote e la briosa zia in un circolo  vivo che ci diverte e ci coinvolge  portandoci avanti ed indietro nel tempo in ogni genere  e a cambi di ritmi immediati senza interruzioni e senza tante parole ma con  interi repertori… da Beethoven…, Johann Sebastian Bach, Rossini  fino a Lady Gaga , passando dalla famiglia Adams, Mission Impossible, il barbiere di Siviglia, “Ancora” di De Crescenzo, l’Ave Maria di Schubert, “I’m singing in the rain “ di Gene  Kelly tutte arricchite di sbadataggini e beffe incredibili, sciroppi, siringhe, gomme da masticare, torce , cucchiai, pettini, dentiere che diventano nacchere,situazioni bizzarre ed incredibili da morir da ridere.
Favolosa è la comicità che coinvolge il pubblico ma che qui simpaticamente si complica e si esaspera con una dirompente Norma in  “Amami Alfredo “ (Verdi, la Traviata) che  in stile Maria Callas si avventa su uno spettatore neutralizzando e rendendo inoffensiva la moglie …è qui che si innesca il vero meccanismo, come una “miccia” preziosa,  la partecipazione emotiva dello spettatore  è  fondamentale, perché una volta introdotti nel gioco avviene  l’incontro tra attore e spettatore rendendo tutto “esplosivo” in un’inatteso e buffo linguaggio, fatto di musica e risate.
Il caratterizzante egocentrismo dei personaggi  e la  poliedricità stessa degli artisti, è abilmente mescolata alla grande preparazione musicale e agli esasperati giochi della gags comica che fa risultare tutto sicuramente vincente.
Alla musica si può addirittura attribuirle la forza di elemento dirompente della” quarta parete” , cioè quel salto che permette di oltrepassare  il limite tra il reale e l’ irreale tipico del teatro  incoraggiando il pubblico a pensare in modo più critico su ciò che sta  osservando, in questo caso ascoltando, riappropriando lo spettacolo della giusta consapevolezza e consistenza, capiamo che non si tratta solo di avanspettacolo ma di studio teatrale sofisticato che lascia il sapore dolce di una serata ben trascorsa.

“ L’Abisso” di Davide Enia

Teatro Florida , Firenze 28 Novembre 2019

Stasera sul palco del Teatro Florida , Davide Enia, accompagnato dal musicista Giulio Barocchieri, ci ha trasportati con infinita delicatezza e sensibilità , a volte anche ironica, rimbalzandoci dal riso al pianto, in una narrazione drammaturgica completa e ricca di sfumature complesse.
Una narrazione fatta di gesti precisi che entrano ed escono in un linguaggio teatrale intenso, vero, con un lessico personale coinvolgente che ci accompagna passo passo attraverso un racconto, fatto di storie, tutte intrecciate fra loro e sovrapposte alla sua, in un dialogo schietto, sincero, fatto di spezzoni di vita quotidiana e di rapporti personali, come quello tra lui e il padre, o tra lui e lo zio, (malato di cancro per la seconda volta, a cui è molto legato) Enia si confida , ci confida scherzosamente l’incapacità comunicativa del padre fatta di silenzi, di mutismi , ma che poi riesce a superare attraverso la comprensione, l’ironia, ma anche con il tormento e il dolore condiviso di aver vissuto insieme quegli sbarchi, o la similarità dei sentimenti che li accomuna in quei momenti.
Enia, sottolinea “ l’umanità ” che vince ogni bandiera ed ogni colore durante i “ salvataggi ” , mostra il grande cuore dell’Italia, piccole grandi imprese degli abitanti, dei pescatori, della gente che vive sul posto, Lampedusa che accoglie e non respinge. Davanti allo sgomento collettivo, fa i conti con la propria coscienza, senza dubbi, sceglie la vita alla morte… si butta in mare per cercarla, tenta ad ogni costo con ogni sforzo …di salvarli tutti.
Sono loro gli “ eroi invisibili ” dei nostri tempi, che scendono e risalgono dagli abissi del nostro Mediterraneo.
Un monologo straordinario fatto di parole e movimenti mai scontate, che nasce dall’orrore, ma che si trasforma in “ bellezza ”, parlando di persone che agiscono e che non restano immobili.
Noi, con i nostri “ occhi impotenti ”, veniamo scossi profondamente dall’invito di Enia, che ci fa intendere di essere stati “ brutalmente abituati ” a qualsiasi cosa… ci esorta, invece, a ritrovare in noi, quel “ grido di umanità”, ad ascoltarlo, a sentire dentro quel dolore straziante e ancestrale, quella atrocità che lui stesso descrive attraverso i suoi personaggi, uomini, donne normali di Lampedusa, (Paola, Melo, Vincenzo, il custode del cimitero in pensione, lo zio, il padre) che sono invece straordinari nella loro semplicità, nella loro normalità continuano a prendersi cura dei vivi e dei morti, lavandoli, coprendoli, curandoli, seppellendoli, ascoltandoli …e nel farlo così spontaneamente, ti portano a riflettere su come ti comporteresti tu, proprio tu….su quegli stessi moli ricoperti da indeterminatezza sovraffollati di cadaveri, circondati da “esseri umani” soli, spaventati, feriti, spaesati… è mentre accade tutto questo che ti percorrono addosso i brividi, perché provi la loro paura, senti il loro freddo … guardi il palco da dove Davide Enia riesce a restituirti pace e a restituire pace ed equilibrio, dignità e onore alla vita.
È la denuncia di un uomo “ per bene” , che vive l’urgenza di intervenire, di richiamare ognuno di noi a riprendere coscienza, a vedere e non più guardare, ad ascoltare e non più sentire …è un “ grido” da non ignorare, è parte della “ Storia della nostra origine ” :
“Europa in groppa ad un Toro Bianco scappa da Cipro, attraversa il mare per giungere fino a Noi, rendendoci tutti figli di un naufragio!”
Enia con questo finale, ci lascia senza parole, permeati anche da un po’ di vergogna, ora che il messaggio è stato recepito, abbiamo imparato una lezione importante, di rispetto che va oltre …in profondità, nell’abisso di noi stessi, commossi e addolorati per ogni vita perduta, ma ammirati da ogni gesto, di chi, silenziosamente agisce indiscreto, con ogni mezzo, con forze inaspettate , lavorando assiduamente ogni notte nei salvataggi, nella speranza di riuscire a ridare luce a più vite possibili, confrontandosi ogni giorno con scelte impossibili …..il dover scegliere… in mezzo al mare, nel buio più cupo, chi far vivere e chi lasciar morire…

Permettermi di sbagliare

Cosa ha significato per me partecipare allo stage di teatro in campagna CREARE con L’IMPREVISTO:

concedermi la libertà di provare a essere me stessa

vincere delle barriere importanti, la paura del contatto con l’altro, toccare un compagno, una compagna che non conoscevo, vincere la paura dell’invasione del proprio spazio

sentire l’emozione del momento e porgerla al tuo interlocutore per attendere la sua reazione, capire il tempo di cogliere l’incontro, le infinite possibilità, la facoltà di non coglierla affatto

capire che c’è un momento spontaneo perfetto e un altro che non lo è

incontrare lo sguardo dell’altro per far nascere l’imprevisto, l’imprevisto che non deve spaventarci ma stupirci per non perdere mai l’incontro che ci unisce se pur solo di quell’unico istante… è inspiegabile quanto sia bello scoprire e scoprirci, nello sguardo che rappresenta il tutto di un legame spontaneo in evoluzione continua, si crea perciò una relazione che è magica se le permetterai di sconvolgerti

perché non esiste vergogna, non esiste limite uomo/donna, esiste solo l’emozione e la semplicità di una complicità che ti scopre più consapevole

fidarsi del prossimo correndogli incontro, accogliendolo, permettendogli anche di sbagliare, osservarlo, sentirlo, staccare la mente per agire, semplificando, provando, lanciandosi andare, emozionarsi…

un susseguirsi di esercizi mai banali mai scontati, rapporti unici ed imprevedibili impensabili perché ogni relazione scaturisce così sul momento e non sai mai fino in fondo cosa accadrà fino a che non le darai la possibilità di esserci, di esistere

ogni persona è unica con il suo modo di sentire e di reagire, chissà quindi cosa può scaturire… intrecci, sradicamenti, l’imprevisto fa parte della vita e saperlo affrontare fa la differenza!

Per questo amo il teatro di Officina Teatro ‘O, perché con umiltà e con elegante delicatezza mi permette sempre di crescere come persona nuova e migliore.

 

S.

 

Presentazione Corsi

Mercoledì 2 ottobre ore 21,30

NEWSTAZ via Attavante 5, Firenze

 

PER INFORMAZIONI ED ISCRIZIONI

Officina Teatro ‘O – scuola di teatro a Firenze dal 1996

email: info@teatroo.it – telefoni 3282793144 – 3393318580

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Sito: www.teatroo.it

L A G R I M E di G A L L I N A : carabum, plaf, katam… o no?

Ho trovato lo spettacolo di qualità superiore alla media, devo ammetterlo. E’ un vero piacere vedere i vostri attori sul palco, anche esteticamente portano una diversa energia, una bellezza nuova nei loro corpi. Se poi si pensa che erano allievi del corso del primo anno, allora la cosa è ancora più incredibile.

La scenografia con ombrelli mi ha entusiasmato in modo particolare. Poi la ricerca dei movimenti, la scelta della musica, le luci, la ricerca degli spazi e dei movimenti degli attori… Praticamente (l’ho scoperto stasera mentre fotografavo…) voi costruite dei quadri viventi, “il personaggio nello spazio“ sul palco! Deve essere formidabile dar vita ad un quadro vivente, ora capisco meglio cosa significhi per voi registi il mistero e la magia del risvolto umano, della conoscenza del singolo individuo che si trasforma e si lascia plasmare!

Mi sono piaciute molto le danze fatte di luci ed ombre, di movimenti cadenzati composti da energia pura ma modulata, imbrigliata, sottomessa in maniera logica, razionale al punto giusto da non togliergli quella spontaneità.

 

Ottimo lavoro!

S.

 

Officina Teatro ‘O – scuola di teatro a Firenze dal 1996

Info ed iscrizioni
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L’amore pensato – frammenti di una storia forse mai esistita

L’amore pensato – frammenti di una storia forse mai esistita

Recensione

 

Cosa posso dire… è stato bellissimo, sapevo che ci avreste messo il cuore e così è stato. Sono davvero bravi i vostri allievi ed è stato emozionante vedervi commuovere alla fine sul palco assieme a loro.

Spero che le mie foto e miei video possano rimanere come ricordo e darvi l’idea di ciò che ho visto, di ciò che abbiamo provato noi del pubblico.

Un testo di Gaber e Luporini per due attori e voi lo avete trasformato, lo avete reso qualcosa di nuovo, molto intenso, per nulla banale. Bellissima la scenografia, fatta solo dagli attori, la cura di ogni cosa prodotta dalla gestualità, l’attenzione agli spazi e ai movimenti che risultavano liberi ma appropriati, l’armonia delle contrapposizioni, come il parlarsi sovrapponendosi, l’unicità dei vestiti appropriati alla fisicità di ognuno, diversi se pur uguali, il rosso della passione, il rosso di Officina Teatro ‘O.

Sul palco c’era entusiasmo, complicità, passione, magia, bellezza, freschezza e finalmente carne, caviglie, cosce, mani, spalle, braccia e piedi sul palco… tutto era così vivo.

Parlare di amore. Mi hanno appassionato i litigi, non quelli che conosciamo addomesticati dalla crudeltà del sentimento, dettati da gelosia, rabbia e frustrazione, i vostri invece erano proprio belli perché dentro c’era amore!

La cosa che continua a sorprendermi sempre di più del teatro è il lato umano, mi spiego meglio: durante lo spettacolo ho iniziato ad amare ognuno dei personaggi, pian piano che andavano avanti, ho imparato a conoscerli, osservandoli ho scoperto cose che non avresti visto mai subito all’istante, come personalità, carattere, dolcezza e fragilità… Eh, sì, nulla è più vero di ciò che accade sopra il palco!

 

Stefania

 

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Parlare non dicendo niente – NIGHT BAR di Pinter


A dirla tutta mi emoziono sempre un po’ quando vado a teatro. Mi emoziono ancora di più quando riconosco un’attrice.

In Night bar ci sono quattro storie, che possono snocciolarsi nel susseguirsi del tempo. E mentre lo spazio, il bar in questo caso, rimane lo stesso nel tempo, il tempo vola via proponendoci situazioni diverse. E dico situazioni, che ci forniscono elementi per delineare protagonisti e soggetti umani diversi. Quelli che troviamo nei bar, nei bar come questo, di periferia, un bar come mille, con storie e personaggi che si incrociano. Prima di soffermarmi sugli attori voglio fare un paragone, che potrebbe sembrare un cazzotto nello stomaco. Ho visto un altro spettacolo in cui la location, il bar, era la stessa. Un bar dimesso, di terza categoria, dove si susseguivano personaggi che discutevano fra di se, dove venivano delineati caratteri diversi, dove insomma si mostravano un po’ tutti i tipi di avventori. Sto parlando di “Animali da bar”, della Carrozzeria Orfeo.

In questo caso invece si ha la sensazione che il tempo scorra, e ci proponga una successione di momenti. Mentre dapprima il bar è chiuso, e nella prima scheggia i due protagonisti sono gangster di terza mano, in seguito, nelle altre tre schegge c’è vita, una strana vita, che mette in evidenza la solitudine dei singoli, la dicotomia della coppia, la faccia squallida della notte. E allora si che gli attori la fanno da padrone! Sono loro che animano il bar, sono loro che danno quel carattere triste e dimesso al bar. Magistrale Nicola Pannelli, che ahimè non ho mai visto a teatro, gangster psicolabile, barista discreto e anonimo, avventore alticcio e innamorato. Una splendida Arianna Scommegna (che l’anno scorso ho visto in uno spettacolo bellissimo, drammatico e forte, Utoya) ragazza borderline che fa un monologo dei suoi pensieri della durata di circa mezz’ora, e poi signora scicchettona capitata col marito nel bar sbagliato. Ottimo Sergio Romano nella parte del gangster bullo di borgata, prepotente e incapace, ubriaco e silenzioso, gestore strafatto di un improbabile bar.

Uno spettacolo che fa pensare, a quanto spesso pur parlando non diciamo niente, e pur vivendo siamo solo voci nello spazio e nel tempo.

Grazie

 

Sara Marzo

Visto al Teatro Metastasio di Prato

venerdì 16 febbraio 2018

Ascanio Celestini ed il suo Bestiario

PUEBLO di Ascanio Celestini

Lo sai tu come fanno gli indiani? Gli indiani battono il piede per terra e cosi chiamano le nuvole e piove e la pioggia sono i morti che attraversano il cielo e la terra e si vanno a rimescolare con l’acqua del mare e si produce quel suono straordinario che si sente fino a 20 mila chilometri fino sulle fasce di Van Allen. Non ci credi Pietro? E invece ci devi credere, perché nei giorni di pioggia quando guardiamo fuori dalla finestra vediamo l’altra finestra, quella di fronte, con le due donne, una giovane e una un po’ più vecchia. E la giovane si chiama Violetta. Credici Pietro, perché è la verità.

Comincia cosi lo spettacolo di Celestini (stavolta lo chiamo per cognome perché ho avuto l’ardire di importunarlo e non ho il coraggio di chiamarlo per nome), con una giornata di pioggia, che si porta dietro le fantasie più assurde, e sulle fantasie si snocciolano pensieri e immagini di gente comune, che riempie il Bestiario della fantasia.

Per prima cosa definiamo dove siamo. Siamo in un supermercato, fuori e dentro, in una periferia qualunque di una città qualunque, dove personaggi qualunque ci raccontano la loro vita senza colori. La cassiera, che si immagina regina corredata di sudditi ovviamente, che poi quando torna cassiera si mette la strada sotto le scarpe, le crescono le gambe sotto al culo e se ne va.

La barbona, Domenica, che ha una sua anima, una sua storia, anche lei è stata bambina, aveva un padre ed è stata dalle suore, maltrattata e vessata, che non chiede l’elemosina, ma i suoi morti se li mette in tasca come fossero spiccioli, perché solo lei sa il valore degli spiccioli. Domenica, che non vuole farsi baciare in bocca dallo zingaro di otto anni che fuma, ma che poi si fa baciare da Said proprio sulla bocca, dove dice la parola.

Said, che lavora nel magazzino a movimentare pacchi di cui non sa niente, ed è li, nella sua memoria, che 10, 100, 10000, centomila persone morte nel Mediterraneo albergano, e si chiamano tutte uguali, e non han diritto di vivere. Said che vuole Domenica e la vuole portare a vivere nella sua stanza della casa dove vive, ma gioca alle Slot e mette i soldi nella fessura di Josephine Baker.

Il fesso che va in giro al mercato coperto e si fa sfilare il portafogli da Domenica bambina… ma come lo trovi un fesso?

Le suore che sono bastarde e costringono le ragazze a sentirsi puttane già da piccole.

Un vero Bestiario quello di Celestini, Pueblo, un popolo di persone con una loro dignità, con una storia, con un futuro e con dei sogni. Come sempre raccontato di corsa, con un po’ di musica dietro e poca scenografia. Ma si sa, nei giorni di pioggia può accadere di tutto. Può anche esistere il giorno prodigioso, dove uno si aspetta che accada davvero il prodigio, e invece semplicemente muore Domenica, e solo Domenica si accorge del suo funerale.

Il supermercato è il vero protagonista, e come tanti fili che escono da una grande bocca ogni vita si collega seppur lontanamente a un’altra. La vita vera è fatta di relazioni, di rapporti, di conoscenze, e gli altri, quelli come noi, incasellati in un lavoro, in una cultura, in un territorio, si accorgono degli altri solo se avviene qualcosa per cui il telegiornale (il regionale) se ne occuperà.

Ma dove sono le piccole persone nell’arco della vita, della nostra vita? Quale posto occupano? Cosa fanno, qual è la loro anima, quali sono i loro sentimenti, i loro pensieri? Pietro, devi crederci, ogni vita è un prodigio, e se te lo dico io, che mio padre sapeva fare benissimo tutto… persino la pasta col tonno!!!

 

 

Sara Marzo

Visto al Teatro Puccini di Firenze

venerdì 17 novembre 2017

“La Cerimonia”- Fabbrichino (Prato) di Oscar De Summa con Oscar De Summa, Vanessa Korn, Marco Manfredi, Marina Occhionero.

Non sai cosa fare? Sbrigati a decidere o qualcun altro lo farà per te.

Non galleggiare per paura, non perdere tempo. E’ un invito a guardarsi dentro, non per un dialogo limitato con se stessi, ma per conoscersi e condividere con gli altri quello che siamo. La Felicità è tale solo se Condivisa (si meritano la maiuscola). Ma per arrivarci bisogna togliere quella maschera, quello scudo che abbiamo deciso di tenere. Dobbiamo avere il coraggio di vedersi e di vedere quello che ci circonda per ciò che è davvero. Guardare la realtà con tutte le conseguenze che questo comporta. Parliamoci chiaro, oggi questo non lo fa quasi nessuno. Forse nemmeno ieri. Perché spesso la realtà non è come vorremmo, le persone ci deludono, ci feriscono, le cose non vanno come dovrebbero.

Ma se la realtà non si affronta il prezzo da pagare è più alto. Fai della tua vita una bugia, gli anni passano ed è tutto falso intorno a te , e sei tu che l’hai voluto e costruito e alimentato. Quello che sei non ti piace, quello che hai non lo vuoi, anzi ti fa orrore. E poi cosa hai? Nulla. Se non hai te stesso. Nothing else matters.

Marina Occhionero mi ha davvero impressionato, imbarazzato e stupito, favolosa, complimenti. Anche gli altri attori sono molto bravi, sul monologo di De Summa mi sono commossa. Bravi tutti davvero, difficile per me trovare le parole per descrivere questo splendido ed emozionante lavoro, dovete andare a vederlo!

 

cerimonia

Elvira di Toni Servillo | una vera lezione di teatro

L’attore deve essere vero ma non coi suoi sentimenti. Deve essere veramente menzognero

 

 

Ieri sera mi è capitato di andare a un laboratorio di Teatro. La lezione era tenuta da un mostro del teatro attuale, a parer mio. Toni Servillo, che comincio ad apprezzare più come attore di teatro che di cinema, che mi piace molto.

Che cosa è il Teatro?

Un attore e un’allieva. Sul palco. Entrambi cercano. Uno da nord, l’altra da sud, uno da fuori, l’altra da dentro. Cosa cercano?

Si apre così il laboratorio di Teatro. E badate bene, non è che ho scritto Teatro con la T maiuscola per errore eh…

Sì, perché il teatro come lo intendiamo noi poveri uditori è andare a vedere uno spettacolo e criticare, una volta tornati a casa, ciò che abbiamo visto, riferendoci al fatto che quell’attore sia più o meno bravo, più o meno passionale, più o meno qualcosa insomma.

Ma nel laboratorio di ieri sera ho capito finalmente cosa è il teatro. Ho visto il teatro al lavoro, ho visto e sentito l’attore e l’allieva fare un percorso insieme. Entrambi i protagonisti del Teatro, regista e allieva, sono coinvolti in quel processo di ricerca, e non hanno paura no, non hanno esigenza l’uno di dover predominare sull’altra, no. Esiste una dualità, fra maestro e allieva, esiste una dualità che è verità e menzogna, che è tecnica e sentimento, che è narcisismo e spossessione; e ci bastano queste poche parole per capire. Per sapere che quello che vedrò a Teatro è il teatro al lavoro.

L’attore deve essere vero, ma non coi suoi sentimenti, deve essere veramente menzognero, deve usare la tecnica per entrare nel sentimento, deve essere narcisisticamente fuori dal sé. I protagonisti, maestro e allieva, instaurano un rapporto violento e appassionato, intimo e furioso, in cui chi tira la corda vuole di più, e chi deve dare si supera, riuscendo così, in un continuo crescendo a perdersi e ritrovarsi in una continua altalena, ed ogni volta ad essere meglio, più consapevole, più matura, più pronta.

Entrambi si prendono per mano, scontrandosi e incontrandosi ma camminando, coinvolti entrambi in quel processo di ricerca sul personaggio e contemporaneamente su se stessi. Avanzano entrambi in un territorio sconosciuto, inscenando dei veri e propri combattimenti corpo a corpo, fatti di dubbi, crudeltà e complicità.

Il laboratorio è durato solo sette lezioni, durante le quali la scenografia ha retto poco (un incidente di percorso), e il solito cafone ha fatto squillare il solito telefonino. Purtroppo, solo sette lezioni, e poi ci ha pensato Hitler a farlo finire.

Grazie Toni, grazie Jouvet.

Grazie Leonardo e Paolo

 

Sara Marzo, Teatro Niccolini di Firenze

Mi chiamo Alex e sono un dinosauro

dinosChe differenza c’è fra essere liberi e sentirsi liberi?

 

Nessuna, affermerebbe uno sprovveduto, e se volessimo manipolare qualche filosofo diremmo che se pensiamo allora siamo, quindi se penso di essere libera allora lo sono. Ma tutti noi sappiamo che la realtà è ben diversa da ciò che noi vorremmo.

FA’ AFAFINE

Mi chiamo Alex e sono un dinosauro

Che differenza c’è fra essere liberi e sentirsi liberi?

Voglio andare al di là delle polemiche che hanno investito questo spettacolo, e voglio guardarlo con gli occhi di un bambino. Due mondi a confronto, quello dei genitori incasellati in uno stereotipo di lavoro, quello del figlio “un pò strano a detta dello stesso Alex, che, come tutti i bimbi, ha già capito tutto. Ha già capito che in quella sua stanza, dove si sente libero, può decidere di non essere niente, ma di essere libero per davvero! Ha già capito che invero nella realtà sentirsi libero non può equivalere ad esserlo. E si cruccia Alex, perché nella sua semplice testa sa che questo metterà in difficoltà i suoi genitori.

Genitori, che cercano di incasellare, anche se accettano le estrosità del bambino, e inizialmente non capiscono. Genitori che si ritrovano, loro malgrado, a vedere e vivere una verità, o tante verità, che non sono stati educati a trattare, che non sanno come affrontare. Genitori che si rendono conto improvvisamente che il loro bambino è una persona, con un carattere, un’anima, una posizione nella società, delle volontà. E non hanno dubbi, grazie al cielo. I genitori lasciano perdere tutto, scelgono il figlio, seguono la natura e addio agli stereotipi. Glielo faranno vedere loro di cosa sono capaci i genitori di Alex!!!

Numerosi spunti davvero interessanti, uno fra tutti il tema del bullismo sul diverso, e il concetto dell’amore, che è una cosa semplice, ma che poi, quando si cresce è complicato… ma da cosa? Cosa complica l’amore? La fantasia, grande valvola di sfogo dei bambini, per le frustrazioni a venire.

Finalmente uno spettacolo visto dalla parte dei bambini, con un attore assai giovane, e quindi di memoria ancora fresca.

Teneri e davvero bravi e intensi i genitori, commovente e credibile la storia. E quando un bambino ci dice che i pensieri belli sono come uccelli, si muovono tutti insieme per non perdersi, cos’altro c’è da dire?

E allora continuo a domandarmi: ma che differenza c’è fra essere liberi e sentirsi liberi? Un po’ come fra il dire e il fare… c’è di mezzo un oceano

 

Visto al Teatro di Rifredi di Firenze

Sara Marzo

Human – Lella Costa e Marco Baliani

RAVENNA FESTIVAL 2016. HUMAN Marco Baliani, Lella Costa Foto Fabrizio Zani / Daniele Casadio

Foto Fabrizio Zani

Si sa, l’arte rende il mondo meno terribile.

Avete mai letto la storia di Ero e Leandro? Non la versione di Marlowe, seppur bella, lo immagino, ma la versione di Museo Grammatico, in esametri, del V-VI secolo. Struggente storia d’amore piena di passione.

Ecco. Lella Costa e Marco Baliani si presentano cosi, recitando, anzi raccontando una storia d’amore che rapì tanti ascoltatori, canovaccio per le storie d’amore della televisione, dove la gente, anche se si racconta di un naufragio, non muore, “perché c’è la televisione!”

Comincia così lo spettacolo, con una scenografia d’effetto, un muro fatto di vestiti, colorati con le tonalità del sangue, e balle di vestiti a mo’ di sedie. Tutti in scena hanno vestiti rossi o quasi.

Comincia con luoghi comuni, i classici luoghi comuni che portano un popolo quale quello italiano a confrontarsi con i profughi, che arrivano da paesi lontani da noi, ma tendenzialmente sullo stesso nostro parallelo, memori del fatto che il nostro sud, il sud di questa terra fatta a forma di banchina, di molo, dove approda la vita, si trova proprio sullo stesso parallelo di chi lotta per non morire.

E si continua con il diorama della tela di Caravaggio, il riposo durante la fuga in Egitto, dove l’arte in genere, dalla musica alla pittura, è interessata al grande problema della ricerca della vita. E non di vita come essenza, come voglia di fare, di creare. Qui si parla di vita intesa come contrapposizione alla morte. Ma si sa, l’arte rende il mondo meno terribile.

Leandro ed Ero ci portano la sui flutti, nel mare, dove è visibile, seppur con difficoltà la luce della speranza, il barlume del “forse”, il sogno del “possibile”, l’alternativa della vita alla morte. E così come Leandro rischia di affogare ogni notte, così il nostro mare è una tomba, e i grattacieli galleggianti sentono le voci, la disperazione di chi all’alternativa della morte non ha avuto scampo.

Si continua coi luoghi comuni, col fotografo e il soccorritore, che si confrontano, coi marinai che disattendono alle leggi pur di non diventare schiavi dell’innaturalità, in una realtà che a volte cerca di farci dimenticare che siamo uomini, umani, insomma, in poche parole Human.

Ero e Leandro? Su di noi grava la morte di Leandro, affogato tra i flutti in una notte dove la luce della speranza è stata spenta dalla natura stessa. Il vento e il buio renderanno meno leggiadri i nostri pensieri, ma si sa, di notte i pensieri sono più pesanti. Interessante il gioco di luci, forte il tema confortato da colori e da scenografia. Bravi tutti in una piece che ci ha ricordato che prima di essere uomini e donne, e lavoratori e vecchi e giovani, siamo prima di tutto umani.

E non dobbiamo dimenticarcelo!

 

Sara Marzo

Quando le parole si frantumano in bocca – recensione Tre alberghi

tre-aTre alberghi

Siate Prudenti!

Ieri sera sono andata a vedere Tre alberghi, della regista Serena Sinigaglia.

Ad essere sinceri ci sono davvero poche cose da dire su questo spettacolo.

Due attori, lui e lei, attempati, ma non vecchi, o quantomeno in quella età dove ancora la coda della giovinezza è li dietro l’angolo. Due anime in pena che si guardano dentro, in un viaggio lungo una vita che non ha intimità, snodato fra Marocco, Brasile e Isole Vergini. E come il viaggiatore qualunque, che per volontà o per distrazione, durante un viaggio capita che perda il cappello, un fazzoletto o una maglietta, Ken e Barbara si sono persi i credo, i valori e addirittura un figlio, in questo loro viaggio della vita e della morte.

Rimane ben poco da dire, quando c’è una immensa implosione, quando parlando le parole si frantumano in bocca e ci sfuggono fra le dita arrivando a terra sotto forma di polvere, la polvere della sabbia delle isole vergini, la polvere del latte baby formula, la polvere di un corpo morto, la polvere della vita.

Rimane ben poco da dire quando la vita che in qualche modo si è scelto di vivere ci ha costretto, ci ha ingabbiato, in una realtà falsa e giocosa fatta di sfarzi e incanti che si sa, valgono poco.

Rimane poco da dire se il figlio viene ucciso proprio per colpa di un orologio, banale simbolo di opulenza e grandezza finanziaria, ma senza profondità, un valore senza valore.

Un uomo lui, dedicato alla carriera, in cui l’effimero gli ha preso la mano, e lo stimolo della competitività in sinergia con troppi Martini, gli ha fatto perdere tutto.

Una donna lei, che solo poiché non ha un lavoro riesce ancora, grazie a un tradimento, ad avere memoria dei principi e dei valori che non creano ricchezza contabile, ma sono importanti.

Tradire è uno stimolo alla memoria. E la memoria ci serve per ricordarsi chi siamo.tre-al

Una stanza lontana, un posto nella memoria, dove poter decidere, anche solo per l’ultima volta, come morire, dove morire e soprattutto perché, in nome del figlio immolato all’opulenza… d’altra parte si sa, anche il capitalismo ha i suoi morti, come la pestilenza e le guerre. In Africa poi si muore anche di fame… basta con ‘sti bambini dall’addome gonfio!

Rimane poco da dire quando una delle donne di rappresentanza del www, cioè del women world wives decide di esplodere, di ricordare, di mettere in guardia le altre perché non facciano l’errore dell’inconsapevolezza. Rimane poco da dire, quando nel giorno della festa messicana dei morti, Ken si consacra alla morte, in mutande, senza orpelli né vestiti, senza lavoro, senza figlio, come ultima e obbligata tappa finale.

Ve l’avevo detto che c’era davvero poco da dire.

Grazie

 

Sara Marzo

Visto al Teatro Fabbrichino di Prato

mercoledì 1 febbraio 2017

Smith&Wesson o Tom&Jerry?

smith-e-w-4Smith&Wesson

L’altra sera sono andata a vedere, al Metastasio, questo spettacolo con Natalino Balasso e Fausto Russo Alesi, Smith&Wesson, ovvero una delle storie di Tom e Jerry. Avete presente Tom e Jerry, i due protagonisti dei cartoni animati, dove il gatto rincorre il topo che inesorabilmente “dà le pappe” al gatto in questione, che comunque lo rincorre all’infinito? Ma non si troveranno mai? Grande metafora della vita i nostri due personaggi cartoon!!!

Smith e Wesson, opera teatrale ricavata dal racconto scritto da Baricco e messo in scena da un regista avvezzo, se non ho letto male, a lavorare con Balasso.

Balasso e Alesi, comico il primo, proveniente dalla scuola di Paolo Grassi il secondo, che fa (o faceva non so, beata ignoranza!!!) parte del gruppo A.T.I.R., premio UBU del 2002. Faccio riferimento a loro due soltanto, perchè diciamocelo, in realtà io sono andata a vedere Balasso, che mi aveva incantata in Velodimaja e che avevo trovato interessante, frizzante, giocoso e comico, di quella comicità interessante, cerebrale, come piace a me.

Certo che vedere un Balasso, con quella fisicità da cane Carlino, nei panni novecenteschi un pò sgualciti e dimessi, a fare il meteorologo fantasioso, che fa ricerca sperimentale, fa davvero strano eh!! Alesi nei panni del pescatore di cadaveri fa pensare. Intenso e struggente nella disperazione di un passato senza futuro, Intendo il passato di fave che si cuoce nella cucina obsoleta della capanna! E’ inutile che racconti la trama della storia , tutti la sanno. Una ragazza giornalista , ma più che altro giovane, cerca la notorietà attraverso un gesto eclatante, e per fare ciò ha bisogno di due compagni di viaggio navigati, un pò matti e senza nulla da perdere.

La scenografia davvero interessante, con un telo di plastica che fa da cascata, e semplicemente un telo di seta che passa addosso al pubblico, a far percepire le onde, la marea, la schiuma, la vita e tutto quello che può significare. Metafore? No. Non ne ho trovate un gran che, ma non sempre ce n’è bisogno, anzi. Forse se ne trova un po’ nella scenografia, in questa casa del tutto strana, un cubo di metallo; ma si sa, le macchine sceniche sono sempre parecchio interessanti.

Credibile, abbastanza credibile Balasso, intenso, e un costruttivo Alesi, frizzante e molto giovane la giornalista, presenza-assenza la tenutaria della casa albergo. Colloqui notevoli, alla Baricco, con quel vedo-non vedo e sento-non sento che fa immaginare tanto alla lettura, ma difficile da rendere sul palco. E nell’insieme lo spettacolo è stato garbato, scenografia impeccabile, attori ordinati, credibili, diligenti.

Avete presente quel film… la leggenda di Bagger Vance, dove un famosissimo giocatore di golf di ritorno dalla guerra deve riprendere la sua carriera ma non ci riesce fino alla fine? Vi ricordate cosa dice Bagger? “Dentro ciascuno di noi c’è un solo vero, autentico, swing. Una cosa con cui siamo nati, una cosa che è nostra, nostra soltanto. Una cosa che non ti può essere insegnata e non si impara… per cercare lo swing bisogna avere e trovare la concentrazione, e solo un colpo è in perfetta armonia col campo”.

E quando comincio a pensare a parole di altri film…

 

 

Sara Marzo

Visto al Teatro Metastasio di Prato

sabato 21 gennaio 2017

Utoya – Meno male che io c’ero

utoyUTOYA

Meno male. Meno male che non c’era molta gente ieri sera a teatro, in quel piccolo teatro di Prato, al Magnolfi, a vedere quello strano spettacolo, questo Utoya.

Meno male che spesso le persone che fanno massa si dimenticano degli attori che fanno teatro di nicchia, teatro civile, teatro sociale. E che peccato per me che invece c’ero, che gran dispiacere vedere uno spettacolo diverso dal solito.

Sì perché quando si guarda uno spettacolo civile ci si aspetta sempre la ricetta tipica. Prendiamo una notizia, una strage, un qualcosa che valga la pena di essere raccontato. Si recita su 1 kg di informazioni: ci si mette 500 grammi di attore, che può essere anche uno qualunque, ma meglio se affabulatore e possibilmente gran gnocco, 300 grammi di recitazione, o meglio di srotolamento informazioni, 1 etto di emozioni e di pause ben dosate, pochissima tecnica teatrale, e il resto si può suddividere tra scenografia e luci. Seguire la ricetta e il gioco viene da se. Facile, diremmo noi, ma qualcuno potrebbe obiettare che le cose facili sono bravi tutti a farle.

Prendiamo la stessa notizia… che ne so, magari la strage di Utoya, giusto per dire, e raccontiamola in modo diverso. Non dimentichiamoci mai della documentazione, e anche qui mettiamoci un paio di attori interessanti, magari non gnocchi. Mettiamoci una scenografia da brividi, che ricordi un sacco di cose, frammenti di specchi, frammenti di vita, alberi tagliati, vite tagliate. Barlumi di luce, barlumi di ombre.

Siamo in Norvegia con tre coppie che ci raccontano dal loro punto di vista la tragedia, filtrata dalla loro vita, vita quotidiana nella famiglia piccolo borghese, ideali altissimi lui, ristrettezza mentale lei, vita stanca nei due agricoltori fratelli, scemo del villaggio lui, saggia sorella lei, vita dettata da regole nei poliziotti, ambita preda lei, emerito coglione lui. Tre coppie, sei ossimori, tre coppie di opposti, laddove, come nella vita vera , gli opposti vivono e spesso condizionano il resto del nostro vivere. Prendiamo anche una lingua, un dialetto del nord, e a questo punto potremmo essere in Norvegia, in Svizzera, in Lombardia, nell’alta Padania, bo?

Ma è importante? Gli attori ci dicono che ciò che non serve va tolto, ciò che non serve fa fare gesti parassiti, ciò che non serve devia l’attenzione. L’essenziale, quello è importante, solo l’essenziale.utoya-_1

Si, questo gioco mi piace, e raccontiamo una delle tante, troppe stragi che hanno sconvolto una generazione, passando dalla vita reale, dalle emozioni che ci travolgono e che ci fanno entrare dentro al palco, e ci fanno chiedere, ma se ci fossi io? Ah, e non ultima, mettiamoci la tecnica, le pause, le figure, la lingua, i tic. E sono questi che ci fanno sentire la verità, capire che siamo la dentro con la madre insoddisfatta e triste, il fratello scemo ma lungimirante, la poliziotta metà mamma metà donna.

Ecco, il grande gioco dei contrapposti è partito, e allora si sa ma non si dice, si immagina ma non si vede, si sente l’orologio ma non si sa l’ora. Il sacro si mescola col profano, la politica con la gioventù, gli ideali con le idee, la semplicità di pensiero con la disabilità.

Tre coppie, tre mondi che grazie alla tecnica teatrale si fondono ma sono ben distinti, che ci inondano di emozioni e di attese.

Meno male che c’era poca gente a vedere uno spettacolo diverso, uno spettacolo dalla parte della gente comune, vittime e carnefici, dove la disperazione fa crollare le regole della buona famiglia, della legge. Tutte queste emozioni non sono facili da gestire in molta gente… ma si sa, le cose facili riescono a tutti.

Meno male che io c’ero!

 

Sara Marzo

Visto al Teatro Magnolfi di Prato

sabato 14 gennaio 2017

Guerra o GUERRA – il Generale di Aldrovandi

Il terrorismo non esiste

Inizia così lo spettacolo IL GENERALE che avrebbe potuto intitolarsi: La grande metafora.

Sì, perché il soldato semplice che arriva dalla platea, a luci accese, come se si trovasse in un auditorium, che ci introduce al concetto del terrorismo che non esiste, ci dice che la violenza, le uccisioni, le atrocità della guerra e la guerra stessa, non esistono, o meglio, forse potremmo dire noi, non esisterebbero se nessuno le commettesse, se solo il selvaggio non fosse così cattivo da provocare l’umanità, e provocarla così tanto da intraprendere una guerra. Che poi le guerre non sono altro che missioni di pace, dove i due che combattono sono l’uno contro l’altro perché il selvaggio è per natura un provocatore, e come dato di fatto è un violento. Un selvaggio appunto.

Il Generale ha il compito, l’autorità e l’intelligenza per condurre una tale missione di pace, e quindi è insito nel suo ruolo attuare tutte, e sottolineo tutte, le manovre per distruggere e sconfiggere il selvaggio. E i soldati, che per ruolo devono solo eseguire e non capire, non sono in grado di giudicare, di valutare. Fino a che… fino a che non si tocchi il bene più sacro. La vita? No davvero. La fede. La fede non deve essere messa in discussione, mai, neppure se la missione di pace, a differenza del solito, si rivolge contro l’umanità stessa, contro il Buono per dato di fatto.

Ciro Masella grande conduttore (o dovrei dire condottiero) in questa farsa gigantesca, in questa guerra che non si può nominare come tale, che rivolta le carte pur seguendo una logica, e ci mette di fronte alle grandi domande che dovremmo farci tutti i giorni, e non solo quando andiamo a votare.

Il Generale definisce il popolo capre, gregge senza testa. Il Generale gioca con la vita dei suoi soldati, ma la vita non ha valore in una missione di pace, bisogna guardare la totalità, la magnificenza del disegno.

Il Generale che gioca col mondo, col suo piccolo mondo come Chaplin nel Dittatore. Il Generale che gioca coi vestiti, scegliendo l’abito migliore per l’azione finale, la decisiva. Il Generale che si allea con il male in una scena da diorama, dove il caprone satanico è sul proscenio e ci riporta alla demonizzazione del nemico. Ma chi è il nemico?

Grazie Ciro, per averci fatto rendere conto di quello che siamo, e soprattutto dove stiamo andando.

Splendido testo di Aldrovandi, attuale e drammaticamente ironico e caustico. Bellissimo Ciro, nei panni di un Generale vero. Interessante Eugenio Nocciolini, che non conosco ma che mi piacerebbe rivedere in altre rappresentazioni.

Da vedere assolutamente

 

Sara Marzo

Visto al Teatro di Rifredi di Firenze

dicembre 2016

Pasolini senza fiato

locascIL SOLE E GLI SGUARDI di Luigi Lo Cascio

Si, lo so, questo Pasolini alla fine ha rotto anche un po’ le scatole, dando per scontato la sua immagine così tragica e nell’insieme anche triste, fangosa e disperata. Sono andata fino al Fabbricone a vedere Luigi Lo Cascio, che fra l’altro non avevo mai visto. E tutti sanno quanto io sia emozionata prima di uno spettacolo, quanto non veda l’ora e arrivi già stanca per tutta l’adrenalina che ho in corpo. Fra l’altro era una serata orrenda, con tutta quella pioggia che mi mette anche paura…

E così, fra uno scherzo e un altro è iniziato. Buio in sala e arriva un pittore… ma cosa c’entra il disegno con l’arte parlata… ma Pasolini era così, un artista per davvero, un artista aspecifico ed eccellente in tutte le arti che ha toccato. Si, perché l’arte, la vera arte, non è una semplice materia. L’arte non si sceglie; si può scegliere dove vivere, chi frequentare, di chi fidarsi, che cosa leggere, ma l’arte nel senso vero della parola, non si sceglie. E’ lei che sceglie noi, è l’arte tutta che sceglie di albergare in quel corpo, in quella testa, e solo la passione e l’intensità dell’albergatore fanno capire il vero significato della parola ARTE.

E così Lo Cascio insieme a un altro artista del pennello, Nicola Console, ha dipinto con le stesse parole del Poeta la figura di Pasolini, dalla nascita a Casarsa e poi giù lungo tutta la sua vita, fatta di pensieri e parole che Pierpaolo stesso ha espresso di sé. Collegamento dicevamo, fra l’arte della parola e l’arte del disegno, dove la correlazione con la musica e i suoni in generale si modulano in una curva continua dove ora eccelle l’una, ora eccelle un’altra, e tutte insieme fanno un artista. E si ritorna alla parola ARTE.

La mia aspettativa è stata sovrastata da emozioni forti, da compenetrazioni, e certo non era questo tutto quello che mi aspettavo. Sono uscita senza fiato, e la mia paura per la pioggia dissipata.

Ma che splendida magia! Grazie.

 

Sara Marzo

Visto al Teatro Fabbricone di Prato

novembre 2016

Sogni ed illusioni – Ubu Roi

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Ubu Re, opera teatrale di Jarry, scritto nel lontanissimo 1896. Mai opera è stata cosi vecchia e così attuale (frase retorica ma passatemela). Anticipazione del movimento surrealista, del teatro dell’assurdo e bla bla bla… Ma noi siamo cuore, andiamo oltre, non soffermiamoci a leggere.

Ebbene si, sono caduta nella trappola del “ andate a vederlo, è bello”. Eppure dovrei aver capito che la parola BELLO ha miliardi di sfaccettature, e proprio perché è così generica, praticamente non serve a nulla, non dice nulla. Ma cominciamo dall’inizio.

Allora, dicevamo un nuovo filone di teatro… nuovo si fa per dire. La storia è semplice, un capitano dei dragoni viene stimolato dalla moglie a uccidere il suo re e a diventare a sua volta re… e qui i nomi la dicono lunga, su terre lontane, Venceslao, Bagrelao, Ubu, terre che non esistono, l’isola che non c’è. Guardando con occhi nuovi questo spettacolo non poteva venire fuori altro che una cosa del genere. Dove il bravissimo Roberto Latini, che nello spettacolo è il Pinocchio, ha unito tutto, attualità, sogni, parole e modi di dire tipici toscani in un qualcosa che, sì ha una trama, ma potrebbe non averla. In quel palco si ritrovano figure inespressive ma assai loquaci col corpo, parole che hanno lo spessore e l’importanza dei sogni. Illusioni che sono vere illusioni, e in questo spettacolo l’ossimoro è di rigore, anzi, direi che è davvero la parola predominante, insieme alla patafisica. Strane figure di fiabe che impersonificano sentimenti veri, quali l’amore vero, impersonificato da due orsi (o almeno così l’ho visto io) Fino ad arrivare poi alla tragedia vera e propria, una guerra di uomini e la distruzione totale, immaginata con un semplice telo rosso… mosso come il mare della Tempesta di Strehler, un ricordo incancellabile. Per non parlare poi delle tecniche teatrali, della forza della mimica dei personaggi, e del modo classico di recitare di Ciro Masella, forse l’unico attore classico, l’unico attore che recita con la voce più che col corpo. Che risulta quasi fuori luogo in quella festa di colori e figure e significati reconditi.

Si, il buon regista ha mescolato figure oniriche e fantastiche , e ha dato loro un sentimento… se pensiamo che proprio Pinocchio ci racconta la vera verità, Pinocchio in catene, perché la verità sia sopraffatta dall’illusione. Un riferimento all’oriente, a Cappuccetto rosso, armi finte che uccidono davvero; come ho detto l’illusione vera.

Ma una su tutte, che ci possa far pensare, che ci porti alla mente i nostri tempi cosi celludipendenti, così collegati in tempo reale… laddove la parola è diventata tanto importante come mezzo di unione fra popoli, e badate, ho detto la parola, non il suo significato, ho detto mezzo e non modo. Una domanda: qual è lo scettro del Re?

In questo mondo dove la comunicazione è vista come mezzo per unire, dividere e conquistare, lo scettro non poteva essere altro che un megafono.

Meditate gente, meditate.

 

Sara Marzo

Visto al Teatro di Rifredi di Firenze

sabato 19 novembre 2016

Il grande circo della guerra: TRINCEA di Marco Baliani

bal2TRINCEA di Marco Baliani

Amami Alfredo… E sulle note di una delle arie più famose della Traviata si comincia lo spettacolo! E si, signori e signore… spettacolo di magia, dove si possono trovare donne sirena, uomini coccodrillo e soldati con la testa a metà. E’ il grande circo della guerra, della prima guerra mondiale per l’esattezza, dove mota escrementi e urina trasformano ciò che è umano in un cyborg senza corpo e senza dignità, senza niente di umano. Eppure… eppure un po’ di vita c’è ancora… il bisogno di scrivere… quasi correlato al bisogno di cagare, la farfalla che non si può uccidere… la farfalla è il cuore, il cervello è un organo che pesa in testa… ma è poi vero che quelli che non hanno nessuno a cui scrivere sono anche più puliti? Marco Baliani, con la sua capacità di trasformazione, ci fa entrare dentro di lui, dentro una macchina, dentro un proiettile, un oggetto che fa guerra, che è guerra, che non ha più niente di vitale e umano. In fondo, un uomo che muore smette di essere umano.

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Piccoli cyborg-marionette, che, fasce ai piedi e baionetta alla mano vanno a riempire fosse comuni, vanno ad alimentare il grande mostro con la grande bocca che inghiotte uomini come se si dovessero portare a immolare cuori, anime, corpi, calori. E qui si immolano esseri di trincea, animali di guerra, nati apposta, come nella favola di Pinocchio e la signora fame. In questo spettacolo non si parla di strazi, non si parla di vita, non si disquisisce sulla morte e sul dolore. Lo spettacolo è morte, è strazio, è movimento, la morte in movimento, la morte che cerca i suoi animali da uccidere, che cerca i proiettili che fanno la morte, che sono essi stessi morte, la morte che cerca cadaveri da uccidere. Questo è lo spettacolo, e come nei grandi spettacoli, negli spettacoli di magia, dove alla signora fame si sacrificano corpi, e dove si producono donne sirena e soldati con la testa a metà, ci vuole una grande aria finale. E allora su dai, ricordiamoci che questo grande spettacolo mondiale si svolge sulla terra, e terminiamo con un Va’ pensiero! Basta, adesso basta.

 

Sara Marzo

Visto al Teatro Studio di Scandicci il giorno 8/5

IL SOLDATO: l’orrore di immaginare tutto con poco

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IL SOLDATO di Franco Fortini

Ultimo spettacolo di quest’anno, almeno per me, che conclude la tematica sulle grandi guerre. Partendo da Buffa, con Le olimpiadi del 36, passando da Perrotta con Milite ignoto e arrivando a Cederna con L’ultima estate dell’Europa, mi sono fatta tutta l’Europa dal ‘18 al ’45, concludendo davvero con una perla. Prima messa in scena del Soldato nel 1944, opera rivoluzionaria, giovanile e forse di poco conto nell’allora attuale letteratura italiana.

Che dire? Si parte con pannelli e ombre, il ricordo delle ombre cinesi, dei giochi dei bambini mentre una voce narrante ci racconta chi era Fortini, lo inquadra in modo magistrale in quel tempo, quel suo tempo tribolato. Ombre cinesi che ci danno la solitudine e l’orrore dell’immaginare il tutto con poco. Emozionante. E parole, parole e situazioni, come sempre niente scenografia: pannelli di luce, una sedia e poche persone. Frasi veritiere: ogni borgo ha il suo impiccato e ogni bosco ha il suo partigiano. E un accenno a Marzabotto, a Sant’Anna di Stazzema, dove proprio ieri hanno riposizionato la stele dei caduti. Ma dov’è questa guerra? E chi è o meglio cosa è il soldato? Il soldato siamo noi, che scegliamo di combattere la nostra battaglia per affermarci nella nostra stessa vita. Il soldato è lui, che non ha capito niente di ciò che combatte, che combatte e basta perché non sa fare altro, il soldato è quell’altro, che abbraccia una causa e in modo automatico segue le tracce, il soldato è il vicino di casa, che se ne frega di tutto il resto, il soldato è il padre, che deve trovare un’idea migliore per andare avanti.

La guerra siamo noi, la guerra ce l’abbiamo dentro, quando siamo a un bivio, quando la crisi ci assale e dobbiamo scegliere fra noi e loro, fra di qua e di là, fra destra e sinistra, fra tutto e niente. E la nostra decisione cambierà la vita, la nostra vita, la loro vita. Un vortice, un sacco di parole, che ci fanno capire che comunque bisogna sempre scegliere, senza essere pecore, senza vergognarsi della propria idea, nel rispetto di tutto e tutti. Sembra retorica, lo so, ma direi che è tutto molto attuale, specie adesso, vicino al 25 aprile, data importante, data fondamentale nella nostra vita… e noi che non sappiamo che farcene di questa nostra libertà.

Dovrebbero fare questo spettacolo nelle scuole, dovrebbero risvegliare la coscienza dei giovani e non solo.

Ma tiriamo le fila: la scenografia? Essenziale e suggestiva. Gli attori: bravi a far capire ciò che Fortini voleva. La platea? Piena di giovani. Unico neo, una cretina dietro di me che oltre a dormire se lo è anche russato. All’armi!!!!!!

 

Visto il 21 aprile al Teatro Puccini di Firenze

Sara Marzo

 

Officina Teatro ‘O scuola di recitazione dal 1996

Info ed iscrizioni

Telefoni: 055 4684591 – 328 2793144 – 339 3318580

Sito: www.teatroo.it

Mail: info@teatroo.it

Blog: officinateatroo.wordpress.com

Facebook: www.facebook.com/pages/Officina-Teatro-O

 

Ultimi posti per l’anno 2015/2016!

ragazzi ed adulti

I anno – 3 posti disponibili
II anno – esaurito
III anno – esaurito
Laboratorio Shakespeare – 2 posti disponibili

teatro per over 60
La Bella Età – 1 posto disponibile