Medea – una tragedia senza tempo

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Medea per la regia di Gabriele Lavia con Federica Di Martino, Simone Toni, Mario Pietramala, Giorgio Crisafi, Angiola Baggi, Francesco Sferrazza Papa è una tragedia di Euripide andata in scena per la prima volta ad Atene nel 431 a.C.

Medea aiuta Giasone e gli Argonauti a conquistare il vello d’oro e successivamente si trasferisce a Corinto con Giasone che sposa e con il quale ha due figli. È una donna che viene da un altro paese, il Caucaso, con tradizioni, usi, costumi e modi di fare diversi. Dopo qualche anno il marito ripudia Medea per sposare Glauce la figlia di Creonte re di Corinto. Il matrimonio con Glauce è per interesse infatti Creonte darebbe a Giasone il diritto di successione al trono sposando la figlia. Medea si lamenta con il coro delle donne corinzie della fine del suo matrimonio. Lei non sente ragioni e continua nella sua convinzione attuando una vendetta senza confidarla a nessuno.

I personaggi della tragedia assecondano Medea pensando che dei suggerimenti da parte delle donne corinzie, degli ordini di Creonte o le motivazioni di Giasone siano sufficienti per mettere a tacere il suo desiderio di ribellarsi. In particolare le donne corinzie comprendono inizialmente la sofferenza della donna ma quando rivela la sua natura feroce le urlano tutto il loro disprezzo e Medea nuda sotto la doccia con l’acqua che le scorre sul corpo è consapevole che non c’è niente che possa purificarla da se stessa.

Gabriele Lavia ha voluto riadattare la tragedia ai giorni nostri e l’ha fatto partendo proprio dall’ideazione di una scenografia semplice formata da una cucina con un tavolo, delle panche di legno, un letto e un bagno. I momenti di maggiore tensione sono accompagnati dai suoni di tamburi che fanno da sfondo a una tragedia senza tempo. Disgrazie come la vendetta di Medea accadono ancora oggi ma ci sono spesso segnali che non vengono riconosciuti come gravi e per questo sottovalutati.

Un’interpretazione unica quella del ruolo di Medea da parte dell’attrice Federica di Martino che nel modo di parlare e di muoversi con il corpo rivela la massima espressività. Vale la pena andare a teatro quando ciò che viene visto e udito smuove qualcosa nella spettatrice e nello spettatore come in Medea dove le attrici e gli attori sono riusciti a trasmettere la differenza tra una sana passione come quella per la recitazione e quella malata di Medea nei confronti della realtà.

 

Claudia

visto al teatro della Pergola

il giorno 23 aprile 2017.

“La Cerimonia”- Fabbrichino (Prato) di Oscar De Summa con Oscar De Summa, Vanessa Korn, Marco Manfredi, Marina Occhionero.

Non sai cosa fare? Sbrigati a decidere o qualcun altro lo farà per te.

Non galleggiare per paura, non perdere tempo. E’ un invito a guardarsi dentro, non per un dialogo limitato con se stessi, ma per conoscersi e condividere con gli altri quello che siamo. La Felicità è tale solo se Condivisa (si meritano la maiuscola). Ma per arrivarci bisogna togliere quella maschera, quello scudo che abbiamo deciso di tenere. Dobbiamo avere il coraggio di vedersi e di vedere quello che ci circonda per ciò che è davvero. Guardare la realtà con tutte le conseguenze che questo comporta. Parliamoci chiaro, oggi questo non lo fa quasi nessuno. Forse nemmeno ieri. Perché spesso la realtà non è come vorremmo, le persone ci deludono, ci feriscono, le cose non vanno come dovrebbero.

Ma se la realtà non si affronta il prezzo da pagare è più alto. Fai della tua vita una bugia, gli anni passano ed è tutto falso intorno a te , e sei tu che l’hai voluto e costruito e alimentato. Quello che sei non ti piace, quello che hai non lo vuoi, anzi ti fa orrore. E poi cosa hai? Nulla. Se non hai te stesso. Nothing else matters.

Marina Occhionero mi ha davvero impressionato, imbarazzato e stupito, favolosa, complimenti. Anche gli altri attori sono molto bravi, sul monologo di De Summa mi sono commossa. Bravi tutti davvero, difficile per me trovare le parole per descrivere questo splendido ed emozionante lavoro, dovete andare a vederlo!

 

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Tornare viva dalla guerra: la mia prima volta sul palco


Cinque anni fa la nostra allieva Nayade debuttava in teatro, queste le sue sensazioni di allora che ci appaiono, ancora oggi, preziose per chi ancora non ha calcato la scena.

Buona lettura.

 

 

E quasi dopo un mese mi sono decisa a scrivere due parole sulla mia prima volta sul palco… Cosa dirvi? L’ho vissuta così, come una PRIMA VOLTA. E come tutte le prime volte, fa un po’ paura, incuriosisce, ti chiedi se sarai all’altezza, ti chiedi se dovresti essere lì o avresti fatto meglio a fare un corso di macramè, ti chiedi, ti chiedi…

Ma finalmente arriva il 13 maggio, quella data che vedevi tanto lontana e per cui hai fatto tante prove e sinceramente ero contentissima che fosse arrivato il giorno. A differenza delle prove che non ho vissuto sempre in un modo tranquillo, forse perché ho sempre odiato il mio personaggio che invece, all’improvviso, ho amato nel momento dello spettacolo!
Era come se mi fossi rifiutata di guardarla e improvvisamente ci fossimo guardate agli occhi e ci fossimo capite!

Uno dei momenti più belli è stato prima dello spettacolo, quando eravamo tutti insieme a rilassarci, a respirare, sentire il gruppo…

E potrei raccontare tante cose su quest’anno di teatro, del gruppo, dei proff, di quanto mi ha dato, e quanto mi abbiano fatto sentir viva, ma mi hanno detto di raccontare le sensazioni del palco, e sarà meglio che cominci…

Il palco: amore a prima vista; ma è possibile? Sarò davvero io a camminare su quel legno che suona ad ognuno dei miei passi? E quelle luci calde, ma di un caldo accogliente, illumineranno me ed i miei amici?! Mi sento come una bambina davanti a Disneyland…

E si apre il sipario, sento una mia compagna recitare, lo spettacolo è cominciato! Ancora non ci credo… cerco un mio posto tra quelle quinte strette, non so dove mettermi, tra breve devo uscire! Sono stati i tre secondi più lunghi mai vissuti… mi rendo conto che sono fuori, le calde luci accoglienti si sono trasformate in un forno e, anche se non vedo nessuno, sento degli occhi anonimi puntati su di noi…E mi rendo conto che quella gente si aspetta che io parli (mannaggia, perché non ho fatto un corso di mimo? altro che macramè…) ed io, che di solito non sono una che si aspetta di essere ascoltata, ancora un po’ stupita della nuova situazione, dico le mie prime parole forse un po’ troppo velocemente per farlo passar presto… lo so, non si fa… ma così è andata… Ma la cosa migliore è stata l’uscita… con quella caduta improvvisa! Stranamente mi ha fatto divertir tanto, rilassarmi, e da quel momento in poi ho iniziato a divertirmi, e tanto! Alla fine dello spettacolo ero proprio a mio agio.

Ma non è stato solo quando ero io sul palco. Seguire i tuoi compagni, ascoltarli dietro le quinte, dir le battute mentalmente con loro, perché le hai sentite talmente tante volte che le sai anche te… Rispondere alle domande di quelli non usciti ancora: Allora com’è? Si vede la gente? E ti guardano come se fossi tornata viva da una guerra… allora c’è speranza!

Riassumerei il tutto in praticamente 6 secondi… i primi 3 interminabili, in cui vedi l’abisso ma una volta che ti butti cominci a volare; gli ultimi 3 secondi, quando è finito lo spettacolo, te ancora voli ma è il momento di atterrare… scendi e quegli occhi prima anonimi ora si mostrano affettuosi con facce e corpi conosciuti.

E per finire, la parte più bella: gli abbracci con i tuoi compagni ed i proff (a qualcuno è toccato pure prendermi al volo…) tutti sorridenti e ancora increduli che tutto sia passato così velocemente.

A me rimane un sapore dolceamaro, la gioia e la tristezza che il sipario si sia chiuso, e con quello i giovedì sera a lezione alla Officina Teatro ‘O.

 

Nayade

 

Officina Teatro ‘O – scuola di teatro dal 1996

 

Telefoni: 055 4684591 – 328 2793144 – 339 3318580

Sito: www.teatroo.it

Mail: info@teatroo.it

Blog: officinateatroo.wordpress.com

Facebook: www.facebook.com/pages/Officina-Teatro-O

Elvira di Toni Servillo | una vera lezione di teatro

L’attore deve essere vero ma non coi suoi sentimenti. Deve essere veramente menzognero

 

 

Ieri sera mi è capitato di andare a un laboratorio di Teatro. La lezione era tenuta da un mostro del teatro attuale, a parer mio. Toni Servillo, che comincio ad apprezzare più come attore di teatro che di cinema, che mi piace molto.

Che cosa è il Teatro?

Un attore e un’allieva. Sul palco. Entrambi cercano. Uno da nord, l’altra da sud, uno da fuori, l’altra da dentro. Cosa cercano?

Si apre così il laboratorio di Teatro. E badate bene, non è che ho scritto Teatro con la T maiuscola per errore eh…

Sì, perché il teatro come lo intendiamo noi poveri uditori è andare a vedere uno spettacolo e criticare, una volta tornati a casa, ciò che abbiamo visto, riferendoci al fatto che quell’attore sia più o meno bravo, più o meno passionale, più o meno qualcosa insomma.

Ma nel laboratorio di ieri sera ho capito finalmente cosa è il teatro. Ho visto il teatro al lavoro, ho visto e sentito l’attore e l’allieva fare un percorso insieme. Entrambi i protagonisti del Teatro, regista e allieva, sono coinvolti in quel processo di ricerca, e non hanno paura no, non hanno esigenza l’uno di dover predominare sull’altra, no. Esiste una dualità, fra maestro e allieva, esiste una dualità che è verità e menzogna, che è tecnica e sentimento, che è narcisismo e spossessione; e ci bastano queste poche parole per capire. Per sapere che quello che vedrò a Teatro è il teatro al lavoro.

L’attore deve essere vero, ma non coi suoi sentimenti, deve essere veramente menzognero, deve usare la tecnica per entrare nel sentimento, deve essere narcisisticamente fuori dal sé. I protagonisti, maestro e allieva, instaurano un rapporto violento e appassionato, intimo e furioso, in cui chi tira la corda vuole di più, e chi deve dare si supera, riuscendo così, in un continuo crescendo a perdersi e ritrovarsi in una continua altalena, ed ogni volta ad essere meglio, più consapevole, più matura, più pronta.

Entrambi si prendono per mano, scontrandosi e incontrandosi ma camminando, coinvolti entrambi in quel processo di ricerca sul personaggio e contemporaneamente su se stessi. Avanzano entrambi in un territorio sconosciuto, inscenando dei veri e propri combattimenti corpo a corpo, fatti di dubbi, crudeltà e complicità.

Il laboratorio è durato solo sette lezioni, durante le quali la scenografia ha retto poco (un incidente di percorso), e il solito cafone ha fatto squillare il solito telefonino. Purtroppo, solo sette lezioni, e poi ci ha pensato Hitler a farlo finire.

Grazie Toni, grazie Jouvet.

Grazie Leonardo e Paolo

 

Sara Marzo, Teatro Niccolini di Firenze

Una giornata particolare – oltre ogni logica

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Una giornata particolare, con la regia di Nora Venturini, è una trasposizione teatrale dell’omonimo film di Ettore Scola. I personaggi principali sono Gabriele, interpretato da Giulio Scarpati e Antonietta interpretata da Valeria Solarino.

6 maggio 1938, è la giornata della visita di Hitler a Roma in presenza di Mussolini. Antonietta, moglie di un usciere e madre di sei figli, prepara la colazione, sveglia la famiglia e aiuta i figli e il marito a prepararsi per la parata mentre lei rimane a casa. Antonietta è fedele alla gerarchia di genere e all’alta fertilità come valori da rispettare. Suo marito rappresenta l’immagine dell’uomo nuovo fascista che deve ingravidare la moglie il più frequentemente possibile. Una volta sola in casa e impegnata fra le varie faccende domestiche apre la gabbia del pappagallo Rosmunda per dargli da mangiare ma questo vola via e si ferma sul davanzale del suo dirimpettaio, lei bussa alla sua porta e ad aprirle è Gabriele, ex annunciatore dell’EIAR. Gabriele prepara la valigia in attesa di andare al confino perché omosessuale e medita l’idea di suicidarsi.

Antonietta, ignara dell’omosessualità di Gabriele, scopre in lui un uomo appassionato di lettura e di ballo, la rumba in particolare della quale le insegna qualche passo con una spensieratezza pronta a far posto subito dopo alla malinconia. Nasce tra loro una complicità che per Antonietta è una vera e propria passione repressa nel tempo perché come dice lei stessa: “è mio marito che comanda di giorno e di notte”. Gabriele dichiara di essere scapolo, costretto a pagare una tassa sul celibato come misura “negativa” affermando “come se la solitudine fosse una ricchezza” e spiegando ad Antonietta la follia degli ideali del fascismo.

Mentre Antonietta ritira i panni sul terrazzo lui la accompagna e durante questa scena lei lo bacia, con i canti fascisti di sottofondo, e Gabriele la rifiuta dichiarando la sua omosessualità. Antonietta gli dà uno schiaffo. Giulio Scarpati interpreta molto bene la sofferenza di Gabriele che reagisce urlandole il dolore che prova nel non poter vivere liberamente la propria sessualità e quindi la propria vita. Entrambi tornano ognuno nelle proprie case ma poco dopo lei lo raggiunge per scusarsi del suo gesto. Antonietta confida i continui tradimenti del marito e l’umiliazione che prova al riguardo affermando “con un ignorante puoi fare qualunque cosa non c’è rispetto”. Gabriele si rende conto ancora di più dell’onestà di Antonietta, una delle poche persone che gli parlano. Lo schiaffo che lei gli ha dato diventa così una carezza. Il loro rapporto cambia e diventa sincero. Lei vuole consumare il suo desiderio e riesce a creare una complicità tale che fanno pace non solo con l’anima ma anche con il corpo accompagnati dalle tristi musiche del fascismo che trasmettono la frustrazione di due persone consapevoli della propria esistenza.

Valeria Solarino riesce benissimo a tirare fuori le sensazioni che Antonietta prova che crescono al ritorno della famiglia, dove tutti mangiano a tavola ma le luci sono solo su di lei. La famiglia intorno è come assente e Antonietta è assorta nei suoi pensieri. Così come Rosmunda è tornata in gabbia anche Antonietta torna nella sua “gabbia”. Il suo ruolo di donna viene messo da parte e il suo corpo si muove scollegato dalla mente e dai desideri. Ogni parola, battuta o gesto volgare del marito fanno crescere in lei una profonda amarezza. Dedicare la propria vita alla cura dei figli e della famiglia è gratificante e ammirevole quando è una scelta. Nel caso di Antonietta l’affetto verso i figli non può compensare lo squallore e la malinconia di un’epoca storica che non le permette a pieno esprimersi. Ha con sé però un libro che le è stato regalato da Gabriele simbolo di speranza per l’indipendenza della donna.

Con Antonietta e Gabriele sono evidenti l’assenza dei diritti della donna e della libertà di amare. Incontri come il loro fanno crescere la consapevolezza che esiste l’opportunità di lottare per la propria emancipazione. La società di oggi è caratterizzata da una maggiore libertà che però delle volte rifiutiamo per fare spazio alle convenzioni sociali senza renderci conto di quanto sia grave rinunciare a essere noi stessi.

 

Claudia 

Visto al Teatro della Pergola

il giorno 2 marzo 2017.

con Giulio Scarpati e Valeria Solarino
di Ettore Scola e Ruggero Maccari
adattamento Gigliola Fantoni
con Giulio F. Janni
e Anna Ferraioli, Matteo Cirillo, Paolo Minnielli, Federica Zacchia
scene Luigi Ferrigno
costumi Marianna Carbone
luci Raffaele Perin
video e suoni Marco Schiavoni
regia Nora Venturini
produzione Compagnia Gli Ipocriti
foto di scena Lanzetta Capasso

Mi chiamo Alex e sono un dinosauro

dinosChe differenza c’è fra essere liberi e sentirsi liberi?

 

Nessuna, affermerebbe uno sprovveduto, e se volessimo manipolare qualche filosofo diremmo che se pensiamo allora siamo, quindi se penso di essere libera allora lo sono. Ma tutti noi sappiamo che la realtà è ben diversa da ciò che noi vorremmo.

FA’ AFAFINE

Mi chiamo Alex e sono un dinosauro

Che differenza c’è fra essere liberi e sentirsi liberi?

Voglio andare al di là delle polemiche che hanno investito questo spettacolo, e voglio guardarlo con gli occhi di un bambino. Due mondi a confronto, quello dei genitori incasellati in uno stereotipo di lavoro, quello del figlio “un pò strano a detta dello stesso Alex, che, come tutti i bimbi, ha già capito tutto. Ha già capito che in quella sua stanza, dove si sente libero, può decidere di non essere niente, ma di essere libero per davvero! Ha già capito che invero nella realtà sentirsi libero non può equivalere ad esserlo. E si cruccia Alex, perché nella sua semplice testa sa che questo metterà in difficoltà i suoi genitori.

Genitori, che cercano di incasellare, anche se accettano le estrosità del bambino, e inizialmente non capiscono. Genitori che si ritrovano, loro malgrado, a vedere e vivere una verità, o tante verità, che non sono stati educati a trattare, che non sanno come affrontare. Genitori che si rendono conto improvvisamente che il loro bambino è una persona, con un carattere, un’anima, una posizione nella società, delle volontà. E non hanno dubbi, grazie al cielo. I genitori lasciano perdere tutto, scelgono il figlio, seguono la natura e addio agli stereotipi. Glielo faranno vedere loro di cosa sono capaci i genitori di Alex!!!

Numerosi spunti davvero interessanti, uno fra tutti il tema del bullismo sul diverso, e il concetto dell’amore, che è una cosa semplice, ma che poi, quando si cresce è complicato… ma da cosa? Cosa complica l’amore? La fantasia, grande valvola di sfogo dei bambini, per le frustrazioni a venire.

Finalmente uno spettacolo visto dalla parte dei bambini, con un attore assai giovane, e quindi di memoria ancora fresca.

Teneri e davvero bravi e intensi i genitori, commovente e credibile la storia. E quando un bambino ci dice che i pensieri belli sono come uccelli, si muovono tutti insieme per non perdersi, cos’altro c’è da dire?

E allora continuo a domandarmi: ma che differenza c’è fra essere liberi e sentirsi liberi? Un po’ come fra il dire e il fare… c’è di mezzo un oceano

 

Visto al Teatro di Rifredi di Firenze

Sara Marzo

Elvira- “Fenomenologia della creazione del personaggio” (cit. Toni Servillo)

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Toni Servillo presenta Elvira da Elvire Jouvet 40 in cui Brigitte Jacques trascrisse le Sette lezioni di Louis Jouvet a Claudia sulla seconda scena di Elvira nell’atto IV del “Don Giovanni” di Molière tenute da febbraio a settembre 1940. Claudia, nome fittizio di Paula Dehelly, è chiamata a recitare il ruolo di Elvira la sposa di Don Giovanni il quale la inganna abbandonandola. Don Giovanni ed Elvira sono personaggi tipo inscenati dal commediografo Molière. Lei cerca la salvezza dell’amato dai suoi peccati e lui fa tutto il possibile per nascondere la sua falsità. Innamorata di un uomo, Don Giovanni, al punto di dimenticare se stessa, vive con l’ansia che la fine di questo amore sia la fine di tutto. Una donna sincera di sentimenti che chiede al Cielo di fare giustizia.  C’è ancora una scarsa consapevolezza in Elvira che l’amare quest’uomo lo rende un “Don Giovanni”. Riflessioni queste che mi fanno pensare quanto sia complesso recitare il suo ruolo. Don Giovanni, interpretato da Francesco Marino, è un uomo abituato a giocare con i sentimenti delle donne per vantaggio personale. Sganarello, servo di Don Giovanni, viene interpretato da Davide Cirri.

Toni Servillo recita con una bravura sconvolgente il ruolo del maestro Louis Jouvet. Il maestro è particolarmente apprensivo verso l’interpretazione del personaggio di Elvira da parte della sua allieva. È così reale quando rimprovera a Claudia la sua incapacità di recitare con sentimento e di non riuscire a esternare la sensibilità del personaggio. La causa di ciò è per lui l’orgoglio, perché ripetere un monologo senza interpretarlo, con la sola tecnica è un non voler aprire se stessa al personaggio e allora come dice il maestro lei “non è una attrice ma un’imbrogliona”.

Claudia, una giovane allieva ebrea interpretata da Petra Valentini, è snervata e a tempo stesso eccitata da questi otto mesi nei quali il maestro la critica per ogni parola sbagliata, la “umilia” davanti ai compagni ma infondo è proprio la ricerca del dolore dentro di sé che le permette poi di scoprire il personaggio. L’allieva mostra la sua difficoltà nell’interpretare il ruolo di Elvira, in quanto come dice lei stessa è un ruolo così lontano da sé che non riesce a recitarlo come vorrebbe. “Lei non parla a Don Giovanni, ma parla a se stessa” le spiega il maestro. Ogni volta che interpreta la parte, Louise Jouvet la interrompe e le dice quando e come ripetere una parola o un gesto. Lo spettacolo è un continuo e interessante lavoro dell’allieva su parole, battute, discorsi, emozioni ma cercando di farlo sempre in modo diverso per raggiungere l’essenza del personaggio. Il maestro vuole portarla esattamente a provare quell’emozione e quella sofferenza che prova Elvira. Claudia vuole riuscire a interpretare la parte come lui le suggerisce, riuscire ad amare quest’uomo, a soffrire per lui per arrivare al sentire di Elvira.

Il soggetto principale in questo spettacolo è Claudia. È lei stessa che si mette in discussione come attrice. Louise Jouvet lascia l’allieva libera di esprimersi in un momento storico drammatico che è quello della Seconda guerra mondiale.

 

Claudia 

Jouvet 40 di Brigitte Jacques Gallimard

regia Toni Servillo

e con Petra Valentini, Francesco Marino, Davide Cirri

visto domenica 19 febbraio 2017

al Teatro Niccolini di Firenze.