Se recitare da cani… diventa ora un complimento

caneride

Un giorno stavo passeggiando in bicicletta con il mio cagnolino beagle di nome Grace. Mi trovavo vicino a quella che a quel tempo era casa mia, nella periferia di Boston, Massachusetts, Stati Uniti, prima di trasferirmi a New York. Casette e villette col pratino e America semi profonda. Ma a un certo punto la mia bella Grace nota un particolare che non sfugge ad un animale: un bel gruppetto di oche felici in un laghetto. Il problema era che quel laghetto si trovava dentro un residence privato di lusso.

Mi giro attorno, vedo il deserto, la pace. Entro, o meglio, mi faccio tirare da Grace. Lei deve conoscere quelle oche e cacciarle a tutti i costi! Ma sapete quanto grave sia in America entrare dentro la proprietà privata di qualcuno? Chiedete ad un buon avvocato.

Non ne ebbi bisogno, perché lo chiesi al mio intuito che la fantasia spesso porta. Appare infatti all’improvviso il guardiano che fino a poco prima era fantasma e urlando mi minaccia di chiamare la polizia.

Ma lì, la fantasia appunto mi aiuta. Dapprima tremo, non so cosa dire. A quel tempo il mio inglese non era molto fluido e veloce, quindi cosa dico? Come potevo rispondergli? Dare la colpa al cane? Perché no? Funziona sempre.

Tiro Grace verso di me e mi avvicino al cancello per scappare. E lì il genio della supercazzola di Tognazzi si palesa in me: “Sorry, my dog tired me up”. A quel punto il guardiano mi guarda tra l’incredulo e l’ignorante (come se non sapesse quel verbo che avevo inventato di sana pianta mescolando l’immagine della parola tires -ruote- e up che messo lì c’entra come il cavolo a merenda). “Your dog, what?”.

Ma che cane che sono! Mi si accese una lampadina, ma certo! Il Grammelot. Fu in quel momento che capii qual era la strada teatrale che dovevo intraprendere una volta sbarcato negli Stati Uniti.

Lavorare in teatro negli Stati Uniti mi ha fatto infatti scoprire un lato giocoso nell’uso delle parole. Le prime cose che uno straniero nota non sono soltanto le differenze culturali, ma per noi che lavoriamo in teatro risulta una sfida confrontarsi sul prendersi gioco del linguaggio stesso.

L’esperienza d’insegnamento teatrale iniziata con i bravissimi Paolo Papini e Leonardo Torrini dell’Officina ‘O, poi proseguita con Maratona di New York e altre messe in scena, mi ha ricordato quanto la fantasia sia importante nel lavoro cerebrale dell’attore, ma anche a quello di pancia.

Quando poi nel 2013 iniziai la collaborazione con l’attrice toscana ed educatrice Chiara Durazzini co-fondando la troupe bostoniana di Commedia dell’Arte Pazzi Lazzi, ci chiedemmo anche in quale chiave spiegare al pubblico americano l’uso del corpo e della parola in una forma teatrale, come quella della Commedia appunto, dove il linguaggio si sporca con giochi di parole, sotterfugi, fraintendimenti, e doppi sensi.

Un pubblico di massa ricorderà l’uso della metasemantica come satira del linguaggio nella Gnosi della Fanfole di Fosco Maraini, negli sketch di Lillo e Greg, da Corrado Guzzanti a Teo Mammuccari, fino ai cartoni animati di Pingu e alla Linea DeAgostina, ma soprattutto in molte gag di Gigi Proietti o nel fantomatico non sense di Tognazzi in Amici Miei, questi suoni che imitano parole sono usate allo scopo di sottolineare la scarsa chiarezza, spesso voluta, dei discorsi.

A voler essere meno accademici, e se la parola “metasemantica” vi ha impaurito, possiamo chiamarla supercazzola, ed è presente in inglese tramite il gobbledygook. E risulta anche utile nel gioco didattico potendola usare come esercizio di riscaldamento in una classe di insegnamento di lingua straniera.

Una coppia di attori ne hanno sviluppato anche un simpatico cortometraggio usando un falso inglese, come la vaga imitazione di quell’inglese percepito dai non madrelingua, in  How English sounds to non-English Speakers ← date una controllatina al link del video che miete ancora milioni di visualizzazioni.

Quello che ho spiegato infatti in alcune università americane, il Grammelot, portato in auge come ben sapete da Dario Fo, è un gioco di performance che aiuta a liberare l’immaginazione, la fantasia, e lo spettatore può essere paragonato a quel genitore affascinato e in estasi che perdona il proprio bambino quando pronuncia le prime parole seppur sbagliate e senza senso. L’attore permette allo spettatore di indovinare la lingua in cui sta parlando.

Quella lingua, quella sintesi di suoni ha un senso nel contesto della performance, messa in bocca a un Dottore Balanzone che cerca di affabulare con mille paroloni senza né capo né coda, è un mix di ingredienti che il cuoco crea sviluppandone uno nuovo.

Lo ha spiegato anche la studiosa Erith Jaffe Berg  nel suo Forays into Grammelot The Language of Nonsense.

Eccone un esempio dato dalla prestigiosa scuola National Theater di Londra

Con la collega del gruppo teatrale di Boston, Pazzi Lazzi, ne abbiamo dato una spiegazione all’Università di Wellesley, tramite un video ← uscito per il corso online di italiano diretto dalla docente Daniela Bartalesi Graaf del Dipartimento di Italianistica.

Ma la cosa che di più ha entusiasmato i docenti, ripeto, i docenti di Lingue Straniere di vari dipartimenti in questo caso dell’Università dell’Indiana, a Bloomington, è stato un gioco fatto di telefonate di spalle, nel cui seminario affidavo il ruolo generale a ciascuno ma ognuno dei due aveva ricevuto dei cartellini con delle parole inventate. Signore e Signori, ecco il Grammelot anche qui usato inconsapevolmente in un gioco.←

Ci si lascia sempre trasportare dall’istinto inconsapevole animale a teatro. Date sempre retta al vostro cane!

Emanuele Capoano

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