Parlare non dicendo niente – NIGHT BAR di Pinter


A dirla tutta mi emoziono sempre un po’ quando vado a teatro. Mi emoziono ancora di più quando riconosco un’attrice.

In Night bar ci sono quattro storie, che possono snocciolarsi nel susseguirsi del tempo. E mentre lo spazio, il bar in questo caso, rimane lo stesso nel tempo, il tempo vola via proponendoci situazioni diverse. E dico situazioni, che ci forniscono elementi per delineare protagonisti e soggetti umani diversi. Quelli che troviamo nei bar, nei bar come questo, di periferia, un bar come mille, con storie e personaggi che si incrociano. Prima di soffermarmi sugli attori voglio fare un paragone, che potrebbe sembrare un cazzotto nello stomaco. Ho visto un altro spettacolo in cui la location, il bar, era la stessa. Un bar dimesso, di terza categoria, dove si susseguivano personaggi che discutevano fra di se, dove venivano delineati caratteri diversi, dove insomma si mostravano un po’ tutti i tipi di avventori. Sto parlando di “Animali da bar”, della Carrozzeria Orfeo.

In questo caso invece si ha la sensazione che il tempo scorra, e ci proponga una successione di momenti. Mentre dapprima il bar è chiuso, e nella prima scheggia i due protagonisti sono gangster di terza mano, in seguito, nelle altre tre schegge c’è vita, una strana vita, che mette in evidenza la solitudine dei singoli, la dicotomia della coppia, la faccia squallida della notte. E allora si che gli attori la fanno da padrone! Sono loro che animano il bar, sono loro che danno quel carattere triste e dimesso al bar. Magistrale Nicola Pannelli, che ahimè non ho mai visto a teatro, gangster psicolabile, barista discreto e anonimo, avventore alticcio e innamorato. Una splendida Arianna Scommegna (che l’anno scorso ho visto in uno spettacolo bellissimo, drammatico e forte, Utoya) ragazza borderline che fa un monologo dei suoi pensieri della durata di circa mezz’ora, e poi signora scicchettona capitata col marito nel bar sbagliato. Ottimo Sergio Romano nella parte del gangster bullo di borgata, prepotente e incapace, ubriaco e silenzioso, gestore strafatto di un improbabile bar.

Uno spettacolo che fa pensare, a quanto spesso pur parlando non diciamo niente, e pur vivendo siamo solo voci nello spazio e nel tempo.

Grazie

 

Sara Marzo

Visto al Teatro Metastasio di Prato

venerdì 16 febbraio 2018

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Quando le parole si frantumano in bocca – recensione Tre alberghi

tre-aTre alberghi

Siate Prudenti!

Ieri sera sono andata a vedere Tre alberghi, della regista Serena Sinigaglia.

Ad essere sinceri ci sono davvero poche cose da dire su questo spettacolo.

Due attori, lui e lei, attempati, ma non vecchi, o quantomeno in quella età dove ancora la coda della giovinezza è li dietro l’angolo. Due anime in pena che si guardano dentro, in un viaggio lungo una vita che non ha intimità, snodato fra Marocco, Brasile e Isole Vergini. E come il viaggiatore qualunque, che per volontà o per distrazione, durante un viaggio capita che perda il cappello, un fazzoletto o una maglietta, Ken e Barbara si sono persi i credo, i valori e addirittura un figlio, in questo loro viaggio della vita e della morte.

Rimane ben poco da dire, quando c’è una immensa implosione, quando parlando le parole si frantumano in bocca e ci sfuggono fra le dita arrivando a terra sotto forma di polvere, la polvere della sabbia delle isole vergini, la polvere del latte baby formula, la polvere di un corpo morto, la polvere della vita.

Rimane ben poco da dire quando la vita che in qualche modo si è scelto di vivere ci ha costretto, ci ha ingabbiato, in una realtà falsa e giocosa fatta di sfarzi e incanti che si sa, valgono poco.

Rimane poco da dire se il figlio viene ucciso proprio per colpa di un orologio, banale simbolo di opulenza e grandezza finanziaria, ma senza profondità, un valore senza valore.

Un uomo lui, dedicato alla carriera, in cui l’effimero gli ha preso la mano, e lo stimolo della competitività in sinergia con troppi Martini, gli ha fatto perdere tutto.

Una donna lei, che solo poiché non ha un lavoro riesce ancora, grazie a un tradimento, ad avere memoria dei principi e dei valori che non creano ricchezza contabile, ma sono importanti.

Tradire è uno stimolo alla memoria. E la memoria ci serve per ricordarsi chi siamo.tre-al

Una stanza lontana, un posto nella memoria, dove poter decidere, anche solo per l’ultima volta, come morire, dove morire e soprattutto perché, in nome del figlio immolato all’opulenza… d’altra parte si sa, anche il capitalismo ha i suoi morti, come la pestilenza e le guerre. In Africa poi si muore anche di fame… basta con ‘sti bambini dall’addome gonfio!

Rimane poco da dire quando una delle donne di rappresentanza del www, cioè del women world wives decide di esplodere, di ricordare, di mettere in guardia le altre perché non facciano l’errore dell’inconsapevolezza. Rimane poco da dire, quando nel giorno della festa messicana dei morti, Ken si consacra alla morte, in mutande, senza orpelli né vestiti, senza lavoro, senza figlio, come ultima e obbligata tappa finale.

Ve l’avevo detto che c’era davvero poco da dire.

Grazie

 

Sara Marzo

Visto al Teatro Fabbrichino di Prato

mercoledì 1 febbraio 2017

Utoya – Meno male che io c’ero

utoyUTOYA

Meno male. Meno male che non c’era molta gente ieri sera a teatro, in quel piccolo teatro di Prato, al Magnolfi, a vedere quello strano spettacolo, questo Utoya.

Meno male che spesso le persone che fanno massa si dimenticano degli attori che fanno teatro di nicchia, teatro civile, teatro sociale. E che peccato per me che invece c’ero, che gran dispiacere vedere uno spettacolo diverso dal solito.

Sì perché quando si guarda uno spettacolo civile ci si aspetta sempre la ricetta tipica. Prendiamo una notizia, una strage, un qualcosa che valga la pena di essere raccontato. Si recita su 1 kg di informazioni: ci si mette 500 grammi di attore, che può essere anche uno qualunque, ma meglio se affabulatore e possibilmente gran gnocco, 300 grammi di recitazione, o meglio di srotolamento informazioni, 1 etto di emozioni e di pause ben dosate, pochissima tecnica teatrale, e il resto si può suddividere tra scenografia e luci. Seguire la ricetta e il gioco viene da se. Facile, diremmo noi, ma qualcuno potrebbe obiettare che le cose facili sono bravi tutti a farle.

Prendiamo la stessa notizia… che ne so, magari la strage di Utoya, giusto per dire, e raccontiamola in modo diverso. Non dimentichiamoci mai della documentazione, e anche qui mettiamoci un paio di attori interessanti, magari non gnocchi. Mettiamoci una scenografia da brividi, che ricordi un sacco di cose, frammenti di specchi, frammenti di vita, alberi tagliati, vite tagliate. Barlumi di luce, barlumi di ombre.

Siamo in Norvegia con tre coppie che ci raccontano dal loro punto di vista la tragedia, filtrata dalla loro vita, vita quotidiana nella famiglia piccolo borghese, ideali altissimi lui, ristrettezza mentale lei, vita stanca nei due agricoltori fratelli, scemo del villaggio lui, saggia sorella lei, vita dettata da regole nei poliziotti, ambita preda lei, emerito coglione lui. Tre coppie, sei ossimori, tre coppie di opposti, laddove, come nella vita vera , gli opposti vivono e spesso condizionano il resto del nostro vivere. Prendiamo anche una lingua, un dialetto del nord, e a questo punto potremmo essere in Norvegia, in Svizzera, in Lombardia, nell’alta Padania, bo?

Ma è importante? Gli attori ci dicono che ciò che non serve va tolto, ciò che non serve fa fare gesti parassiti, ciò che non serve devia l’attenzione. L’essenziale, quello è importante, solo l’essenziale.utoya-_1

Si, questo gioco mi piace, e raccontiamo una delle tante, troppe stragi che hanno sconvolto una generazione, passando dalla vita reale, dalle emozioni che ci travolgono e che ci fanno entrare dentro al palco, e ci fanno chiedere, ma se ci fossi io? Ah, e non ultima, mettiamoci la tecnica, le pause, le figure, la lingua, i tic. E sono questi che ci fanno sentire la verità, capire che siamo la dentro con la madre insoddisfatta e triste, il fratello scemo ma lungimirante, la poliziotta metà mamma metà donna.

Ecco, il grande gioco dei contrapposti è partito, e allora si sa ma non si dice, si immagina ma non si vede, si sente l’orologio ma non si sa l’ora. Il sacro si mescola col profano, la politica con la gioventù, gli ideali con le idee, la semplicità di pensiero con la disabilità.

Tre coppie, tre mondi che grazie alla tecnica teatrale si fondono ma sono ben distinti, che ci inondano di emozioni e di attese.

Meno male che c’era poca gente a vedere uno spettacolo diverso, uno spettacolo dalla parte della gente comune, vittime e carnefici, dove la disperazione fa crollare le regole della buona famiglia, della legge. Tutte queste emozioni non sono facili da gestire in molta gente… ma si sa, le cose facili riescono a tutti.

Meno male che io c’ero!

 

Sara Marzo

Visto al Teatro Magnolfi di Prato

sabato 14 gennaio 2017