“La Cerimonia”- Fabbrichino (Prato) di Oscar De Summa con Oscar De Summa, Vanessa Korn, Marco Manfredi, Marina Occhionero.

Non sai cosa fare? Sbrigati a decidere o qualcun altro lo farà per te.

Non galleggiare per paura, non perdere tempo. E’ un invito a guardarsi dentro, non per un dialogo limitato con se stessi, ma per conoscersi e condividere con gli altri quello che siamo. La Felicità è tale solo se Condivisa (si meritano la maiuscola). Ma per arrivarci bisogna togliere quella maschera, quello scudo che abbiamo deciso di tenere. Dobbiamo avere il coraggio di vedersi e di vedere quello che ci circonda per ciò che è davvero. Guardare la realtà con tutte le conseguenze che questo comporta. Parliamoci chiaro, oggi questo non lo fa quasi nessuno. Forse nemmeno ieri. Perché spesso la realtà non è come vorremmo, le persone ci deludono, ci feriscono, le cose non vanno come dovrebbero.

Ma se la realtà non si affronta il prezzo da pagare è più alto. Fai della tua vita una bugia, gli anni passano ed è tutto falso intorno a te , e sei tu che l’hai voluto e costruito e alimentato. Quello che sei non ti piace, quello che hai non lo vuoi, anzi ti fa orrore. E poi cosa hai? Nulla. Se non hai te stesso. Nothing else matters.

Marina Occhionero mi ha davvero impressionato, imbarazzato e stupito, favolosa, complimenti. Anche gli altri attori sono molto bravi, sul monologo di De Summa mi sono commossa. Bravi tutti davvero, difficile per me trovare le parole per descrivere questo splendido ed emozionante lavoro, dovete andare a vederlo!

 

cerimonia

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IL SOLDATO: l’orrore di immaginare tutto con poco

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IL SOLDATO di Franco Fortini

Ultimo spettacolo di quest’anno, almeno per me, che conclude la tematica sulle grandi guerre. Partendo da Buffa, con Le olimpiadi del 36, passando da Perrotta con Milite ignoto e arrivando a Cederna con L’ultima estate dell’Europa, mi sono fatta tutta l’Europa dal ‘18 al ’45, concludendo davvero con una perla. Prima messa in scena del Soldato nel 1944, opera rivoluzionaria, giovanile e forse di poco conto nell’allora attuale letteratura italiana.

Che dire? Si parte con pannelli e ombre, il ricordo delle ombre cinesi, dei giochi dei bambini mentre una voce narrante ci racconta chi era Fortini, lo inquadra in modo magistrale in quel tempo, quel suo tempo tribolato. Ombre cinesi che ci danno la solitudine e l’orrore dell’immaginare il tutto con poco. Emozionante. E parole, parole e situazioni, come sempre niente scenografia: pannelli di luce, una sedia e poche persone. Frasi veritiere: ogni borgo ha il suo impiccato e ogni bosco ha il suo partigiano. E un accenno a Marzabotto, a Sant’Anna di Stazzema, dove proprio ieri hanno riposizionato la stele dei caduti. Ma dov’è questa guerra? E chi è o meglio cosa è il soldato? Il soldato siamo noi, che scegliamo di combattere la nostra battaglia per affermarci nella nostra stessa vita. Il soldato è lui, che non ha capito niente di ciò che combatte, che combatte e basta perché non sa fare altro, il soldato è quell’altro, che abbraccia una causa e in modo automatico segue le tracce, il soldato è il vicino di casa, che se ne frega di tutto il resto, il soldato è il padre, che deve trovare un’idea migliore per andare avanti.

La guerra siamo noi, la guerra ce l’abbiamo dentro, quando siamo a un bivio, quando la crisi ci assale e dobbiamo scegliere fra noi e loro, fra di qua e di là, fra destra e sinistra, fra tutto e niente. E la nostra decisione cambierà la vita, la nostra vita, la loro vita. Un vortice, un sacco di parole, che ci fanno capire che comunque bisogna sempre scegliere, senza essere pecore, senza vergognarsi della propria idea, nel rispetto di tutto e tutti. Sembra retorica, lo so, ma direi che è tutto molto attuale, specie adesso, vicino al 25 aprile, data importante, data fondamentale nella nostra vita… e noi che non sappiamo che farcene di questa nostra libertà.

Dovrebbero fare questo spettacolo nelle scuole, dovrebbero risvegliare la coscienza dei giovani e non solo.

Ma tiriamo le fila: la scenografia? Essenziale e suggestiva. Gli attori: bravi a far capire ciò che Fortini voleva. La platea? Piena di giovani. Unico neo, una cretina dietro di me che oltre a dormire se lo è anche russato. All’armi!!!!!!

 

Visto il 21 aprile al Teatro Puccini di Firenze

Sara Marzo

 

Officina Teatro ‘O scuola di recitazione dal 1996

Info ed iscrizioni

Telefoni: 055 4684591 – 328 2793144 – 339 3318580

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Ultimi posti per l’anno 2015/2016!

ragazzi ed adulti

I anno – 3 posti disponibili
II anno – esaurito
III anno – esaurito
Laboratorio Shakespeare – 2 posti disponibili

teatro per over 60
La Bella Età – 1 posto disponibile

Sarah Kane: perché?

crave

Nella mia testa questa recensione avrebbe dovuto iniziare e terminare così:

 

Perché?

 

Essendo però un po’ troppo breve e forse ermetica, ci ho lavorato su. Ecco la versione definitiva:

 

Dallo spettacolo della prematuramente scomparsa autrice britannica Sarah Kane si esce, secondo me, con due quesiti ed altrettante considerazioni.

QUESITI

Perché?

Gli attori avranno letto il testo o lo avranno solo imparato a memoria?

 

CONSIDERAZIONI

Bella la grata che funge da quarta parete tra attori e spettatori

Ottima memoria (degli attori)

 

Continuo a preferire la prima versione

Leonardo

 

Crave di Sarah Kane

Teatro Fabbricone di Prato, 26/02/2016

Vaselina? No grazie.

th

Oddio ma che è? Mi sono detta inizialmente, quando sono uscita dopo aver visto lo spettacolo…

e in quelle due ore circa si sono avvicendate storielle, personaggi, racconti, oppressioni a tutti i livelli.

THANKS FOR VASELINA di Carrozzeria Orfeo

Teatro di Rifredi mercoledì 10 febbraio

Fil, Ciarli, Annalisa, Lucia, Vanda. Si, i nomi li ho scritti in italiano, perché lo spettacolo è del tutto italiano, sebbene i rimandi letterari e di alcuni argomenti siano del tutto stranieri. Un accenno a Almodovar, accenni al Messico, alle sette religiose, ma il resto è tutto nostro, e purtroppo tutto attuale. Perché purtroppo? Perché in poco più di due ore la Carrozzeria ci ha fatto vedere quanto noi italiani siamo oppressi ed oppressori, vittime e carnefici, linguaggio povero, nelle parole (le parolacce sono infinite) e nei concetti ( battute sarcastiche, banali, al limite dell’orribile, trovabili in rete su feisbùk). La gente rideva, alle battute banali, trite e ritrite : “ricordamelo di scrivere questa cosa nella lista di quelle di cui non me ne frega un cazzo” oppure “giacca di renna certo che ci sono rimasta male quando l’ho comprata, la volevo di panda, mi son dovuta accontentare”. La gente rideva quando la famiglia è stata descritta come una mela, gli spicchi e il torsolo, che in realtà tiene insieme la famiglia, la gente rideva quando ciarli ha detto di aver tagliato le ali di pollo cosi da far fallire l’azienda americana, che ora è risorta producendo veri busti di pollo non OGM con la bandiera della pace, e mi viene in mente quella battuta che circola in rete, e che è stata detta : facciamo la guerra per ristabilire la pace….La gente rideva quando si sono presentati Annalisa, due persone in un solo corpo, Vanda la cicciona, che fa del suo difetto il suo miglior pregio, Ciarli, che crede nella pace e nelle azioni umanitarie, anche se queste uccidono e generano violenza, Fil, a cui non interessa niente di niente, solo di se stesso, Lucia, che chiede soldi per giocare, ma si prende cura a modo suo di tutta questa umanità strana. La gente si è commossa quando dal trans ne è uscito il dramma, e anche l’emozione della paura attinente un’eventuale violenza, anche quella emozione è morta, sparita….La gente ha riso tanto ieri sera, e forse non si è accorta che durante lo spettacolo le emozioni sono state esorcizzate talmente tanto da sotterrarle tutte quante, e da riesumarle poi in due minuti nel minuetto delle tazzine, dove suoni diversi si fondono per diventare un concerto, dove quindi persone diverse si uniscono e si accordano, ognuna coi propri strumenti, per trovare una musica unica, la musica della vita.

Mi dispiace, ma io non ho riso per niente. Non si può ridere sullo squallore, sull’annientamento volontario dei sentimenti.

Magistrali gli attori, una su tutti, Lucia, che mi ricorda Mirka, in animali da bar, vero collante e anima, vaso di pandora, che quando apre la bocca mette in ordine il caos. E laddove si vogliono eliminare le emozioni con toni sarcastici, di caos ce n’è davvero tanto.

Sara Marzo

 

Foto Manuela Giusto

Thanks for vaselina – Carrozzeria Orfeo

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Per chi lavora in teatro vedere i Carrozzeria Orfeo è davvero fonte di ispirazione.

In Thanks for vaselina la sola scena delle tazzine da caffè, così onirica con il loro tintinnio, vale lo spettacolo. Scena meravigliosa e poetica, semplicemente perfetta.

Loro sono bravissimi a scrivere, dirigere e recitare. Però… Se avete visto il loro lavoro successivo Animali da bar (in scena al ridotto della Pergola lo scorso dicembre) avrete notato un cambio di passo ed una evoluzione. Meno battute che in Thanks (ma forse si ride anche con maggior gusto) meno sboccataggini e secondo me anche meno ruffianerie. In Animali da bar vi è una idea ben precisa, sviluppata e proposta in scena con sicurezza e lucidità invidiabili, una meravigliosa poesia decrepita. Quella che manca a Thanks for vaselina. Spettacolo comunque gradevole che incontra da tempo il gradimento di un vasto pubblico.

Una ultima nota per lo spettacolo Thanks for vaselina va ad un bravissimo Ciro Masella, raffinato e credibile attore nella parte del transessuale Annalisa.

 

Visto al Teatro di Rifredi il 10/02/2016

Leonardo

Laika di Ascanio Celestini – un cane qualunque

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LAIKA di Ascanio Celestini

 

C’erano una volta una vecchia, una donna con la testa impicciata… che è? La solita sciocca barzelletta insulsa e senza senso? Dove poi scappa fuori anche la morale? No, decisamente no. E’ lo spettacolo di Ascanio Celestini, tutti animali a due zampe, escluso Laika, il cane che era un cane qualunque e per questo andò sulla luna.

Comincia così lo spettacolo di Ascanio, (mi piace chiamarlo così, come uno qualunque qual è), con una serie di personaggi: la vecchia, la prostituta, la donna con la testa impicciata, il barbone al parcheggio del supermercato, le guardie, Pietro, il facchino nero, che con una mano tiene a distanza i crumiri e con l’altra sostiene la volta celeste, che scientificamente non si è provato, ma slitta di diversi chilometri. E tutte queste persone? Ce le racconta, sebbene in modo un po’ frettoloso ma con parole incisive, Ascanio; e lui è un narratore, un falso cieco, che diventa cieco per bere sambuche a sbafo, ma l’importante è che qualcuno le abbia pagate. Si, perché se il bicchiere è quello del barbone, pieno di spiccioli, nessuno sta ad ascoltarlo, ma se il bicchiere è pieno di sambuca, e pagato, allora si che ti ascoltano! E possiamo in questo modo, diventare tutti, possiamo raccontare della storia del barbone, che diventa una persona, della vecchia che ha una grande umanità, della donna con la testa impicciata, che deve scrivere i suoi tempi e le sue storie, di Pietro, che passa la giornata a fare la spesa, del facchino nero, che con una mano sostiene la volta celeste, e con l’altra mantiene i crumiri a distanza, che sposta pacchi, ma cosa c’è dentro i pacchi? Non si sa, non si deve sapere, e quando si sa che non si deve sapere allora quella è una regola. Sagace Ascanio, che si permette di giocare con Dio, dandogli una umanità, forse troppo umana, che si permette di accennare alle guardie che picchiano, che fanno male e che non proteggono, che ironizza sulle bellezze della natura, perché solo chi vive dove finisce il mondo capisce chi vive dove comincia il mare, a Ostia.

Saggio Ascanio, che sostiene che non ci possiamo permettere di buttare la vita degli altri se la si ha scritta fra le mani in un quadernetto, anche se è la vita della donna con la testa impicciata. Impertinente Ascanio che “in principio era Dio”, che la prostituta è una brava persona, e sta per la strada, e non rinuncia alla sua dignità. E noi? Noi spettatori? Noi fatichiamo a porre attenzione ai piccoli particolari che fanno le persone, perché sono i particolari che fanno il tutto, e ognuno ha una storia da vivere, da raccontare. Il futuro è il nostro vivere, e il nostro squallore non sempre lo decidiamo noi. Il barbone piscia dietro i cassonetti perché non ha un cesso cristiano dove pisciare, dorme per terra….La prostituta si è scelta il metodo più consono per lavorare, e non se ne vergogna, il cieco…è cieco solo quando si mette gli occhiali da cieco, ma non è cieco per nulla.

Linee fosche, colori sfumati, per questi tanti personaggi, forse troppi per capire tutto….ma in fondo cosa c’è da capire? Noi le cose le sappiamo già…e farcele dire di più, non ci aiuta. Lo sai cosa ci aiuta? Il sapere che “il cieco, la vecchia e la donna con la testa impicciata: tre persone sono scese per salvare la vita a un barbone”.

Lungimirante Ascanio, che ci fa pensare al fatto che laggiù, lontano nel tempo, presto o tardi troveremo la forza di tornare Umani con la U maiuscola, come deve essere che l’uomo sia.

 

Visto Venerdì 15 gennaio al Teatro Puccini di Firenze

Sara Marzo

 

 

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I muri della gentilezza

ira

Se non ti serve, appendilo

Se ne hai bisogno, prendilo

Ci sono e vi sono stati nel mondo molti muri. Alcuni hanno fatto storia e poi sono caduti giù. Nelle nostre moderne ed occidentali città poi sono spesso tela bianca per graffitari (e andrebbe anche bene) o per i soliti imbecilli di passaggio senza niente da dire ma con una bomboletta in mano Altri muri meno edificanti stanno per essere eretti proprio in questo tempo dove sembra che l’uomo poco abbia capito e sentito.

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La bella notizia è che non tutti i muri sono fatti per dividere. Accade in Iran e più precisamente nel nord di questa nazione così ferita. Se non ti serve, appendilo. Se ne hai bisogno, prendilo. Questo il messaggio scritto su quelli che sono stati ribattezzati “i muri della gentilezza”. Si tratta di semplici ganci per appendere gli abiti attaccati al muro con accanto la scritta che invita le persone a lasciare quello di cui non hanno più bisogno.

 

Come spesso accade, nella vita è tutta questione di punti di vista.

W i muri!

iran

 

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