Utoya – Meno male che io c’ero

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Meno male. Meno male che non c’era molta gente ieri sera a teatro, in quel piccolo teatro di Prato, al Magnolfi, a vedere quello strano spettacolo, questo Utoya.

Meno male che spesso le persone che fanno massa si dimenticano degli attori che fanno teatro di nicchia, teatro civile, teatro sociale. E che peccato per me che invece c’ero, che gran dispiacere vedere uno spettacolo diverso dal solito.

Sì perché quando si guarda uno spettacolo civile ci si aspetta sempre la ricetta tipica. Prendiamo una notizia, una strage, un qualcosa che valga la pena di essere raccontato. Si recita su 1 kg di informazioni: ci si mette 500 grammi di attore, che può essere anche uno qualunque, ma meglio se affabulatore e possibilmente gran gnocco, 300 grammi di recitazione, o meglio di srotolamento informazioni, 1 etto di emozioni e di pause ben dosate, pochissima tecnica teatrale, e il resto si può suddividere tra scenografia e luci. Seguire la ricetta e il gioco viene da se. Facile, diremmo noi, ma qualcuno potrebbe obiettare che le cose facili sono bravi tutti a farle.

Prendiamo la stessa notizia… che ne so, magari la strage di Utoya, giusto per dire, e raccontiamola in modo diverso. Non dimentichiamoci mai della documentazione, e anche qui mettiamoci un paio di attori interessanti, magari non gnocchi. Mettiamoci una scenografia da brividi, che ricordi un sacco di cose, frammenti di specchi, frammenti di vita, alberi tagliati, vite tagliate. Barlumi di luce, barlumi di ombre.

Siamo in Norvegia con tre coppie che ci raccontano dal loro punto di vista la tragedia, filtrata dalla loro vita, vita quotidiana nella famiglia piccolo borghese, ideali altissimi lui, ristrettezza mentale lei, vita stanca nei due agricoltori fratelli, scemo del villaggio lui, saggia sorella lei, vita dettata da regole nei poliziotti, ambita preda lei, emerito coglione lui. Tre coppie, sei ossimori, tre coppie di opposti, laddove, come nella vita vera , gli opposti vivono e spesso condizionano il resto del nostro vivere. Prendiamo anche una lingua, un dialetto del nord, e a questo punto potremmo essere in Norvegia, in Svizzera, in Lombardia, nell’alta Padania, bo?

Ma è importante? Gli attori ci dicono che ciò che non serve va tolto, ciò che non serve fa fare gesti parassiti, ciò che non serve devia l’attenzione. L’essenziale, quello è importante, solo l’essenziale.utoya-_1

Si, questo gioco mi piace, e raccontiamo una delle tante, troppe stragi che hanno sconvolto una generazione, passando dalla vita reale, dalle emozioni che ci travolgono e che ci fanno entrare dentro al palco, e ci fanno chiedere, ma se ci fossi io? Ah, e non ultima, mettiamoci la tecnica, le pause, le figure, la lingua, i tic. E sono questi che ci fanno sentire la verità, capire che siamo la dentro con la madre insoddisfatta e triste, il fratello scemo ma lungimirante, la poliziotta metà mamma metà donna.

Ecco, il grande gioco dei contrapposti è partito, e allora si sa ma non si dice, si immagina ma non si vede, si sente l’orologio ma non si sa l’ora. Il sacro si mescola col profano, la politica con la gioventù, gli ideali con le idee, la semplicità di pensiero con la disabilità.

Tre coppie, tre mondi che grazie alla tecnica teatrale si fondono ma sono ben distinti, che ci inondano di emozioni e di attese.

Meno male che c’era poca gente a vedere uno spettacolo diverso, uno spettacolo dalla parte della gente comune, vittime e carnefici, dove la disperazione fa crollare le regole della buona famiglia, della legge. Tutte queste emozioni non sono facili da gestire in molta gente… ma si sa, le cose facili riescono a tutti.

Meno male che io c’ero!

 

Sara Marzo

Visto al Teatro Magnolfi di Prato

sabato 14 gennaio 2017

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