È proprio bello tenere la testa fuori!

Oggi ci pensavo…
Perché fare teatro?
Bella domanda!

Quando mi è stato detto:
“sai cosa potresti fare… Teatro!”
La mia risposta è sta irremovibile in quel momento…
“CHI IOOOOO!? Non ci penso neanche, MAI! Stiamo scherzando… ”

Oggi faccio teatro.
Da non credere… eppure non potrei aver fatto scelta migliore.

Molte persone lo fanno per potere essere qualcos’altro, un’altra persona.
Io oggi posso realizzare ed affermare di averlo fatto per poter essere finalmente più me stessa.

Si lo so, può sembrare assurdo ma è così. Ho guardato per anni quelli intorno a me che non avevano timore nel mettersi in gioco e stare al centro dell’attenzione, di scherzare… si perché alcune persone si trattengono per non esporsi, per il rischio di poter essere al centro dell’attenzione che può essere un disagio, per il rischio di provocare una risata che non è di divertimento ma che provoca vergogna, imbarazzo.

Non rischi, non ti esponi, non sapendo che facendo ciò ti proteggi ma ti privi di talmente tante cose che lo capisci solo quando ti liberi del guscio da tartaruga che ti porti sulle spalle e che ti faceva nascondere la testa… invidiando chi la teneva fuori.

Oggi posso dire che fare teatro ti libera da tante cose che forse non pensavi fossero privazioni, impari ad essere te stesso senza farti tanti problemi, ti metti in gioco.

 

Perché non è mai troppo tardi per giocare

Perché non è mai troppo tardi per giocare da soli e con gli altri

Perché ti vedi in modo diverso e sei diverso con te stesso e con gli altri

Perché impari tanto dagli altri e da te stesso

Perché quel guscio te lo porti dietro ma non è sempre indispensabile

 

 

È proprio bello tenere la testa fuori!

LB

 

Officina Teatro ‘O – scuola di teatro dal 1996

 

Telefoni: 055 4684591 – 328 2793144 – 339 3318580

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In principio era la fine

Il punto è che non è un punto. E’ un cerchio. Come la fine che non è altro che l’inizio.

Sì perchè lo spettacolo è qualcosa che si lascia andare, perchè lo spettacolo è tutto quello che è successo prima; è il lavoro, lo studio, l’errore, l’imparare a conoscersi, fidarsi, affidarsi ed infine incastrarsi; è la prova generale, è la prima lettura del copione, è la prima volta che vai lezione “per vedere com’è”. E poi ti accorgi che in realtà sei andato a vedere come sei tu, in tutte le tue resilienti fragili compatte sicure parti.
La fine è anche l’inizio perchè “l’altro te” ha un’immagine ben chiara di come sarai alla fine dello spettacolo.
Perchè la fine non è altro che l’inizio della scena successiva.

Il punto è tondo…tondo come prendersi le mani, guardandosi negli occhi, uno preoccupato e l’altro sorridente che ti dice: “Guarda che ce la fai!”; tondo come un abbraccio inaspettato, isolato nel buio del retropalco, quando più ne avevi bisogno; tondo come la testa che, pesante, ti fa credere che non sarai in grado di muoverti e poi ti ritrovi a correre senza neanche essertene reso conto.
Tondo come un attimo impercettibile, in cui alzi lo sguardo in scena e incroci gli sguardi dei tuoi maestri, e ti rendi conto che ti vedono, in modo discreto, e che ti dicono senza dirtelo: “Guarda che va proprio bene così”.

Tondo come un moto rotatorio, come un’onda, che ti spinge fuori dalla quinta e ti fa sentire il legno del palco sotto i piedi e che ti catapulta in un’altra dimensione, dove senti l’energia che fluisce da te, e lo stesso dagli altri, e dagli altri a te, e da te agli altri, e dal palco alla platea…e gira, e gira…e tu sei nell’onda, sei nella dimensione…E poi la fine, si spera l’applauso, che ti risveglia e ti riporta a respirare nella dimensione “reale”, fuori dalla bolla…che, forse, è il teatro.

Sì forse è questo il teatro. E’ un cerchio, è battere i piedi in terra freneticamente e urlare tutto il fiato che hai.
E’ una ‘O.

 

Fine

 

Parlare non dicendo niente – NIGHT BAR di Pinter


A dirla tutta mi emoziono sempre un po’ quando vado a teatro. Mi emoziono ancora di più quando riconosco un’attrice.

In Night bar ci sono quattro storie, che possono snocciolarsi nel susseguirsi del tempo. E mentre lo spazio, il bar in questo caso, rimane lo stesso nel tempo, il tempo vola via proponendoci situazioni diverse. E dico situazioni, che ci forniscono elementi per delineare protagonisti e soggetti umani diversi. Quelli che troviamo nei bar, nei bar come questo, di periferia, un bar come mille, con storie e personaggi che si incrociano. Prima di soffermarmi sugli attori voglio fare un paragone, che potrebbe sembrare un cazzotto nello stomaco. Ho visto un altro spettacolo in cui la location, il bar, era la stessa. Un bar dimesso, di terza categoria, dove si susseguivano personaggi che discutevano fra di se, dove venivano delineati caratteri diversi, dove insomma si mostravano un po’ tutti i tipi di avventori. Sto parlando di “Animali da bar”, della Carrozzeria Orfeo.

In questo caso invece si ha la sensazione che il tempo scorra, e ci proponga una successione di momenti. Mentre dapprima il bar è chiuso, e nella prima scheggia i due protagonisti sono gangster di terza mano, in seguito, nelle altre tre schegge c’è vita, una strana vita, che mette in evidenza la solitudine dei singoli, la dicotomia della coppia, la faccia squallida della notte. E allora si che gli attori la fanno da padrone! Sono loro che animano il bar, sono loro che danno quel carattere triste e dimesso al bar. Magistrale Nicola Pannelli, che ahimè non ho mai visto a teatro, gangster psicolabile, barista discreto e anonimo, avventore alticcio e innamorato. Una splendida Arianna Scommegna (che l’anno scorso ho visto in uno spettacolo bellissimo, drammatico e forte, Utoya) ragazza borderline che fa un monologo dei suoi pensieri della durata di circa mezz’ora, e poi signora scicchettona capitata col marito nel bar sbagliato. Ottimo Sergio Romano nella parte del gangster bullo di borgata, prepotente e incapace, ubriaco e silenzioso, gestore strafatto di un improbabile bar.

Uno spettacolo che fa pensare, a quanto spesso pur parlando non diciamo niente, e pur vivendo siamo solo voci nello spazio e nel tempo.

Grazie

 

Sara Marzo

Visto al Teatro Metastasio di Prato

venerdì 16 febbraio 2018

XXI Incontro di metà anno – Allievi Officina Teatro ‘O

XXI Incontro di metà anno

Allievi Officina Teatro ‘O

 

Benvenuti alla XXI edizione dell’incontro di tutti gli allievi Officina Teatro ‘O!

Una giornata dedicata a tutti gli allievi della nostra scuola di teatro e da loro

gestita

interpretata

cucinata

L’occasione per condividere con gli altri compagni QUALSIASI oggetto, foto, canzone, fantasia, brano teatrale, video, poesia… per raccontarsi o narrare una storia

Addio respirazione in 4 tempi

Addio dizione, tazze strette e Biribaula

Addio camminate teatrali con velocità e calzini antiscivolo…

Ma solo stare insieme

…e condividere passioni e buon cibo!

 

La serata continuerà con cena organizzata, cucinata e mangiata da parte di tutti gli allievi

Domenica 11 Febbraio dalle ore 17

Allievi Corso Base, Corsi Avanzati e LAB ‘O Officina Teatro ‘O

 

Officina Teatro ‘O

scuola di teatro a Firenze dal 1996

Info ed iscrizioni
Telefoni: 055 4684591 – 328 2793144 – 339 3318580

Sito: www.teatroo.it

Mail: info@teatroo.it

Blog: officinateatroo.wordpress.com

Facebook: www.facebook.com/pages/Officina-Teatro-O

“Recensione di pancia”: il Giulio Cesare di Alex Rigola

gc-fg-4Arrivano i lupi. Il branco.
Nel frastuono di una musica punk si spingono, pogano, a tratti giocano, per poi mordersi subito dopo l’un l’altro, in un groviglio caotico e indistinto.
Si svelano le maschere. Mezzi uomini e mezzi lupi, vestiti di magliette bianche e bretelle nere, richiami di kubrickiana memoria. Sguardi fini e soddisfatti, li potresti quasi sentire fischiettare, i lupi. Cassio ha la voce ora graffiante, ora sibilante, ritratto dell’invidia crescente che gli ha lentamente avvelenato l’anima. Bruto tradisce il suo nome, agnello circuìto a diventare un lupo “per il bene della democrazia”. Per un male necessario.
Nella notte che precede le idi di Marzo, il cielo e la terra sono la scenografia di funerei presagi; lampi e tuoni sordi, quasi innaturali, e un leone che vaga libero per il Campidoglio. Guardinghi, i lupi girano come ombre per la città e si presentano a turno dall’agnello per sedurlo con le loro parole. Un solo spiraglio di amore, sospeso nello spazio e nel tempo: un abbraccio, vero e profondo, ma che non sarà sufficiente a Porzia per entrare nei pensieri e nel fardello del marito. Ingannato dalle false adulazioni, o forse tradito dal suo stesso ego, Cesare si presenta spavaldo al suo appuntamento con la morte. Il branco lo aspetta, lo circonda…li puoi quasi sentire fischiettare, i lupi..
I segni della mattanza sui vestiti, le mani grondanti di sangue, il rosso e il bianco. Cesare è morto.
Marco Antonio è in un primo momento stordito, remissivo. Poi il suo sguardo cambia…la mente è sopraffina..Cesare avrà la sua vendetta. Marco Antonio, la volpe in mezzo ai lupi. ..E Cassio lo aveva messo in guardia il branco…
Le parole che confondono e seducono, la volpe fa il doppio gioco durante l’elogio funebre: non hanno forse agito per un bene superiore i cospiratori? Un male necessario. Poi mostra e racconta ogni fendente assestasto sulla vittima, ed infine, il colpo da maestro: il testamento di Cesare “tiranno, nemico e pericolo della democrazia”.
La platea è la piazza e la piazza urla: vendetta!
Guerra.

L’attore corre, la musica incalza.
L’attore corre. Sembra una danza.
L’attore corre, sembra una danza.

E poi, il rumore del mare.

I lupi, il branco, voci, sguardi, parole, immagini, musica, vibrazioni, movimento.
Questo è stato il mio Giulio Cesare. Non racconta, non ha logica….ma in fondo questa è solo una recensione di pancia.

“Giulio Cesare” – regia di Alex Rigola

Teatro Metastasio, 28 Gennaio 2018

“Vuoi giocare con me?” Dietro la maschera dei Familie Flöz

teatro-delusio-familie-flozMentre lo spettacolo, quello che noi non vedremo mai, si muove sui binari di un copione collaudato, nel dietro le quinte assistiamo ad una laboriosa invenzione del quotidiano, in tutte le sue gradazioni possibili, dall’ordinario all’inverosimile. Da un lato ciò che deve accadere, dunque, dall’altro ciò che può accadere. Ed è all’interno di questo angusto backstage, costretto tra le insidie dei due sipari, quello fittizio e quello reale, che i Familie Flöz costruiscono Delusio, un’idea di teatro ispirata e fragile, perennemente in bilico tra slancio e disfatta.

Maschera fissa e afasia sono gli altri ostacoli che si sono autoimposti. E la sanno lunga, a cercare il potenziale nella menomazione. Perché quello circoscritto dal limite è lo spazio migliore per coltivare la forza di superarlo. E poi, acquisito lo scatto, per andare oltre la stessa idea di limite. E noi non possiamo far altro che sentirci solidali e coinvolti in questa loro operazione, ma al tempo stesso anche insufficienti, impreparati spettatori di un teatro impossibile.

Ora sul palco si danzano nuovi amori, si creano legami, si compiono duelli, si cade in tranelli, si sbriciolano certezze, si rompono promesse. Ed è quest’incontro-scontro tra corpi e tra sentimenti che mette in scena la più grande illusione dell’umanità: quella di esistere in quanto tale e non di essere una semplice somma di solitudini.

Eppure ne vale la pena. E ne varrebbe la pena altre cento volte, ci dicono i Familie Flöz, perché perlomeno avremo imparato a giocare. Tutto ciò che viviamo, in qualche modo, è sempre un gioco. Il gioco è la cosa più seria che c’è. L’amore è il gioco più complesso, avvincente e spericolato che esiste. Queste tre frasi mi palpitano nelle tempie mentre mi diverto con una serie inesauribile di stralunati personaggi. E sento che tutti loro si ostinano a porre (e a pormi) in silenzio la stessa infantile, disperata, eterna domanda: “vuoi giocare con me?”.

Forse lo sapevo già, ma adesso, mentre i tre saltimbanchi mascherati ci danno dentro sul palco, ho davvero la sensazione che la vita, quella più autentica, si riveli nell’attesa di entrare in scena, nelle pause che pensi inutili, nell’incidente di percorso, nell’incontro che non avevi programmato.

Ecco perché lo spettacolo principale, quello che noi non vedremo mai, non è poi così interessante. Ecco perché siamo qui incollati a osservare cascami di palco, vecchi bauli, anticamere desolate. A cercare verità nei surreali interstizi di questa vicenda, dal lato sbagliato della scena. E a scoprire che il nostro cuore, in fondo, è fragile e impossibile, come il teatro dei Familie Flöz.

 

Familie Flöz, “Teatro Delusio”
Visto al Teatro Puccini di Firenze, il 20 gennaio 2018
Più informazioni

 

Ascanio Celestini ed il suo Bestiario

PUEBLO di Ascanio Celestini

Lo sai tu come fanno gli indiani? Gli indiani battono il piede per terra e cosi chiamano le nuvole e piove e la pioggia sono i morti che attraversano il cielo e la terra e si vanno a rimescolare con l’acqua del mare e si produce quel suono straordinario che si sente fino a 20 mila chilometri fino sulle fasce di Van Allen. Non ci credi Pietro? E invece ci devi credere, perché nei giorni di pioggia quando guardiamo fuori dalla finestra vediamo l’altra finestra, quella di fronte, con le due donne, una giovane e una un po’ più vecchia. E la giovane si chiama Violetta. Credici Pietro, perché è la verità.

Comincia cosi lo spettacolo di Celestini (stavolta lo chiamo per cognome perché ho avuto l’ardire di importunarlo e non ho il coraggio di chiamarlo per nome), con una giornata di pioggia, che si porta dietro le fantasie più assurde, e sulle fantasie si snocciolano pensieri e immagini di gente comune, che riempie il Bestiario della fantasia.

Per prima cosa definiamo dove siamo. Siamo in un supermercato, fuori e dentro, in una periferia qualunque di una città qualunque, dove personaggi qualunque ci raccontano la loro vita senza colori. La cassiera, che si immagina regina corredata di sudditi ovviamente, che poi quando torna cassiera si mette la strada sotto le scarpe, le crescono le gambe sotto al culo e se ne va.

La barbona, Domenica, che ha una sua anima, una sua storia, anche lei è stata bambina, aveva un padre ed è stata dalle suore, maltrattata e vessata, che non chiede l’elemosina, ma i suoi morti se li mette in tasca come fossero spiccioli, perché solo lei sa il valore degli spiccioli. Domenica, che non vuole farsi baciare in bocca dallo zingaro di otto anni che fuma, ma che poi si fa baciare da Said proprio sulla bocca, dove dice la parola.

Said, che lavora nel magazzino a movimentare pacchi di cui non sa niente, ed è li, nella sua memoria, che 10, 100, 10000, centomila persone morte nel Mediterraneo albergano, e si chiamano tutte uguali, e non han diritto di vivere. Said che vuole Domenica e la vuole portare a vivere nella sua stanza della casa dove vive, ma gioca alle Slot e mette i soldi nella fessura di Josephine Baker.

Il fesso che va in giro al mercato coperto e si fa sfilare il portafogli da Domenica bambina… ma come lo trovi un fesso?

Le suore che sono bastarde e costringono le ragazze a sentirsi puttane già da piccole.

Un vero Bestiario quello di Celestini, Pueblo, un popolo di persone con una loro dignità, con una storia, con un futuro e con dei sogni. Come sempre raccontato di corsa, con un po’ di musica dietro e poca scenografia. Ma si sa, nei giorni di pioggia può accadere di tutto. Può anche esistere il giorno prodigioso, dove uno si aspetta che accada davvero il prodigio, e invece semplicemente muore Domenica, e solo Domenica si accorge del suo funerale.

Il supermercato è il vero protagonista, e come tanti fili che escono da una grande bocca ogni vita si collega seppur lontanamente a un’altra. La vita vera è fatta di relazioni, di rapporti, di conoscenze, e gli altri, quelli come noi, incasellati in un lavoro, in una cultura, in un territorio, si accorgono degli altri solo se avviene qualcosa per cui il telegiornale (il regionale) se ne occuperà.

Ma dove sono le piccole persone nell’arco della vita, della nostra vita? Quale posto occupano? Cosa fanno, qual è la loro anima, quali sono i loro sentimenti, i loro pensieri? Pietro, devi crederci, ogni vita è un prodigio, e se te lo dico io, che mio padre sapeva fare benissimo tutto… persino la pasta col tonno!!!

 

 

Sara Marzo

Visto al Teatro Puccini di Firenze

venerdì 17 novembre 2017