16/02/2020 Ex Fila

Via Leto Casini 11 ( Gignoro ) Firenze

Leonardo Torrini e Paolo Papini

( Officina Teatro’O)

Si è appena conclusa la serata a tema di Officina Teatro’O e anche quest’anno ho avuto modo di emozionarmi e di confermare quanto sia bello far parte di questa Scuola.

Gli insegnamenti che ne ricevo sono sempre talmente autentici, per questo così importanti e basilari da permettermi di star bene e sentirmi a mio agio con tutti, avendo vinto grazie a loro tante barriere e costrutti mentali iper radicati  del mio essere, non posso fare a meno di voler abbracciare forte Leonardo e Paolo dicendo loro  “ GRAZIE DI CUORE” per tutto questo e per tanto altro che fanno e ancora faranno per me e per tutti noi e per tutti quelli che intraprenderanno questo meraviglioso viaggio all’interno del loro corso teatrale ,ad ogni lezione, compiendo infatti innumerevoli magie su ognuno.

Ci invitano a riflettere sulle  nostre potenzialità e capacità , ci trasmettono tutta la loro passione e tutto l’amore per il Teatro, ma quello che è più sorprendente è come lo fanno: mettendo anima e corpo e tutti loro stessi con la massima semplicità.

Ci regalano le parti  più nascoste di noi, riportandoci alla luce, sorprendendoci a giocare come dei fanciullini, riscopriamo la bellezza di dedicarci del tempo solo per noi e per il nostro sentire.

Ci fanno far tesoro delle emozioni che proviamo come le dovessimo scolpire in noi per sempre.

Ci obbligano ad ascoltarci, ad aspettarci, a capirci per farci interagire in maniera più spontanea senza dover razionalizzare sempre troppo ogni cosa, ci abituano a reagire d’istinto, a non avere l’impulso di temere il prossimo….ma di accoglierlo, slegandoci dalla mente.

Ne abbiamo davvero tanto bisogno, soprattutto in quest’era popolata dalla fretta, dalla miseria  fredda della sola razionalità, rischiamo altrimenti di essere fagocitati dal tempo, consumati e non preservati  neanche nei sentimenti, e da tutte le emozioni prima ancora di averle vissute realmente. 

Loro, i nostri maestri, ci mostrano invece ciò che accade intorno a noi,  ma lo fanno regalandoci prospettive nuove e strade più sagge.

Oggi, appunto, proprio durante questa serata, ho riscoperto banalmente il dono della “diversità” che è l’incanto nascosto in ognuno di noi.

Questa serata non è altro che la conclusione di un percorso, di una ricerca personale, un esercizio che Leonardo e Paolo ci forzano a fare e ( questo l’ho compreso bene sulla mia pelle , perché per me ogni volta è un momento molto duro di introspezione, estremamente interessante, quanto doloroso), ma che mi consente  l’occasione di ricordare, di ricercare, di  esplorare dentro e fuori di me una sola cosa che ci sta a cuore, oppure rappresentativa di noi per poi decidere di volerla condividere con i compagni e amici, quindi, alla fine è un doppio regalo,  sia per chi la riceve, sia per chi la concede, ed è semplicemente geniale!

La bellezza di questa serata infatti è stata  “l’unicità di ognuno di noi nella propria diversità ” e la grandezza nel aver avuto la possibilità di poterla “condividere tutti insieme”.

Grazie Officina Teatro’O per tutte queste occasioni e possibilità !
S.

Officina Teatro’O 2020

MARIO PERROTTA “ Della Madre”

Lastra a Signa, 31 gennaio 2020

Mario Perrotta e Paola Roscioli

Perrotta, un anno fa, fu una sorprendente “illuminazione” proprio in questo stesso Teatro, sul palco nero , obliquo, con tre statue di ferro alle spalle  ci mostrò con una semplicità spiazzante (citandolo  “un’ altro aspetto fondamentale del teatro: il segreto della luce, che sta nei bui che riesce a creare.”)portando in  scena NEL NOME DEL PADRE , tre padri appunto, ma anche tre figli e tre madri…illuminati nella penombra tre famiglie comuni  dove ognuno si  contrappone a se’ stesso a specchio svelandosi a poco a poco nella propria identità, riflettendo sensibilmente le nostre fragilità, di padri, di madri e di figli.

Figli estranei e indecifrabili, apparentemente assenti che compaiono energicamente solo grazie ad un gioco sottilissimo fatto di parole, di concetti, invisibili fisicamente, ma potentemente presenti e problematicamente risolutori, ignari guaritori di drammi irrisolti e nascosti  vissuti prima da figli e poi da padri.

Tutto questo con un lavoro esemplare centrato tutto su se’ stesso e sulla sua magnifiche interpretazioni.

La trilogia monologo “In nome del padre, della madre, dei figli” nasce da un intenso confronto con lo psicanalista Massimo Recalcati, che alle relazioni familiari ha dedicato gran parte del suo lavoro,mostrando le debolezze dell’uomo/ padre moderno, Perrotta esalta tra l’altro una grande umanità e nella sua semplicità mette in scena tutta l’attualità di un vissuto sociale  attuale e in fervore continuo.

Nasce così il  penultimo monologo facente parte della trilogia, che oggi si dedica ALLA MADRE.

Una madre che Perrotta interpreta oggi con l’ausilio di troppi giochi scenici, disperdendo tutte le belle capacità e le potenti tracce di se’, una madre che viene spogliata della sua dignità drammaticamente, una madre a cui Perrotta, qui fa “sgretolare tutte le certezze epiche su sé stessa per approdare a un visione più complessa e problematica di se’ e del mondo, scoprendo il confronto come strumento sistematico di creazione”, anche se questo confronto la porterà a farsi tristemente  beffeggiare su dissacranti scambi di opinioni perfino su Whatsapp.

Una madre che Perrotta descrive con una tristezza imponente e una ferocia deprimente affrontandola con uno sguardo troppo severo, la rende mostruosa egoista fagocitaria e accentratrice.

Una statica mongolfiera bianca incapace di svolgere il suo ruolo.
Le pone l’accusa più pesante che una donna, una madre possa sentirsi fare.

L’accusa è di non essere capace  lei stessa di staccarsi dal cordone ombelicale che la lega alla nonna e infine incapace di ritagliarsi un ruolo nella società.

Di aver rinunciato alla sua femminilità ancor prima di aver accettato la maternità e di rimanere schiava di  quel  tipico legame della cultura italiana che si propaga  tra madre/ figlia e nonna, in una sorta di quadro “ le tre età’” di Gustav Klimt, Perrotta la descrive soggiogata in una sorta di prigione matriarcale.

Gode nel togliere questa immunità alle Madri Madonne Italiane.
Perrotta vuole  pesantemente provocarci per farci riflettere ancora sulle nostre fragilità e attraverso queste metamorfosi vuole scatenare il nostro disgusto.

Le madri comunque rimangono il “ simbolo di una icona che sa essere sempre più  ricca, più variopinta che mai” nonostante le forti accuse di Perrotta di stasera, poiché  come dice invece il suo grande amico Massimo Recalcati nel suo libro “ Le mani delle madri “alla fine nessuno di noi si autogenera, la vita viene dalla vita , la funzione materna  è la“ figura del “soccorritore “ di  (Froid) la vita cadrebbe nel vuoto se non ci fosse questa figura che la coglie,  la capacità di trattenere la vita  andrebbe persa senza la presenza delle madri, le mani della madre sono la prima lingua , toccato accudito accarezzato dalle madri non solo come funzione gestuale ma come origine del linguaggio insieme al volto della madre non avremmo  il primo sguardo sul mondo.

La madre può soffocare la vita quando è troppo presente, quando non sa essere donna, la madre patologica e’ un aberrazione della madre, la madre che sacrifica la vita del figlio per non perdere il diritto di proprietà sul proprio figlio è la madre tiranna, la madre malata, ma il dono radicale della maternità invece è  intoccabile si fonda su qualcosa che va profondamente oltre e va rivalutato, una madre ci insegna nel nostro tempo  seppur il tempo dell’incuria e della dispersione a rimettere  al primo posto la “cura materna” come attenzione al particolare, in questa cura del particolare si trasmette il sentimento della vita, cioè la capacità di trasmettere il desiderio della vita, l’unico momento di riscatto che Perrotta concede è nell’unica frase che la nonna ripete alla figlia ormai persa e confusa “ Ascolta il tuo Cuore”.

“L’infinito tra parentesi” di Marco Malvaldi regia di Piero Maccarinelli

Teatro Niccolini, Firenze, 12 Gennaio 2020

 


Giovanni Crippa

Maddalena Crippa 

 

Entrando nella sala del Niccolini, la scenografia aperta ci proietta immediatamente  sul palco per farci sovrastare dall’infinito culturale  di un’abitazione apparentemente comune intellettuale, in cui tutto è ordinato tranne le due lavagne, lasciate volutamente “nebulose”, quasi due porte lasciate aperte per l’imminente scontro, competizione (certamen ) che di li’ a poco si svilupperà davanti ai nostri occhi soprattutto entrando nella nostra mente come provocazioni attente sul dibattito esistente tra gli estremi della cultura umanistica e scientifica, toccando il potente intreccio che risiede tra tre immagini cariche di emozioni: musica, poesia e scienza.

Due librerie, due fratelli, due lavagne, che rappresentano due visioni del mondo contrapposte. Chi vincerà? Le risposte verranno rivelate in un elegante duello di parole tra Paolo e Francesca, ( interpretati magistralmente dai due  fratelli Crippa, Maddalena e Giovanni ) che attraverso formule e poesie scritte proprio su quelle lavagne contrapposte; con la potenza del vero legame fraterno riescono ad unire la scienza alla poesia. Come? Grazie all’intuizione geniale di  Marco Malvaldi  eclettico scrittore da cui il regista Piero Maccarinelli prende spunto per far duellare i due Crippa sulle due lavagne della scienza alla destra del palcoscenico e la letteratura a sinistra.

 

Inizialmente le formule di Paolo ( ypsilon psi + delta psi = mi psi ) sembrano spiegare tutto con rigore, ma Francesca con la sua poesia riesce pian piano a sdradicare le certezze di Paolo introducendo una chiave di lettura dove le variabili sono dettate dalle emozioni che possono rivoluzionare perfino la scienza.

Emozioni che concedono  anche un po’ di sana umanità alla scienza.

Alla fine infatti scopriamo essere concetti solo apparentemente slegati, in realtà incredibilmente uniti in un connubio eterno, un’unione primordiale, sovrannaturale e quindi indissolubile: una forma d’arte, che l’uomo ha il dono e il dovere di cogliere in tutta la sua bellezza e magia.

Ecco, la scienza entra prepotentemente in gioco nel momento in cui diventa la vera protagonista dei versi filosofici o mentre prende spunto dalla letteratura ispirandosi a Lucrezio, Dirac Oppenheimer, Wislawa Szymborwska , la scienza diventa oggetto di meditazione; è il soggetto di una profonda riflessione sul senso della vita e sul vero compito dello scienziato.

La canzone di De Andre’, “ un chimico” cantata e suonata con poche note proprio dalla chitarra di Paolo , commuove e diventa così, un unicum magico, una vera e propria poesia, un inno alla scienza e al sapere, mentre “mai due volte configura il tempo in egual modo i grani!” ( di Montale ) scritto da Francesca sulla sua lavagna analizza l’etimologia della parola “ entropia “ e la convergenza fra “entropia” ed “energia”.

Solo verso la fine e grazie ai magnifici versi  della Wislawa Szymborwska La gioia di scrivere” – attraverso la potenza dell’immaginazione che solo la parola ha il potere di sbrigliare  una Cerva corre tra le pagine bianche fruscianti come foglie in un bosco insieme ai versi di Ungaretti “ Si sta come d’autunno gli alberi le foglie “ citati inizialmente sempre da Francesca e cancellati con prepotenza da Paolo, riusciremo a capire che l’una ( la scienza) senza l’altra ( la letteratura)  non potremo mai essere ciò che siamo oggi.

 

Ecco l’infinito…racchiuso tra parentesi delle infinite certezze scienza e le infinite possibilità dei sentimenti.

Un certamen alla lavagna, certamente riuscitissimo ove a vincere è l’infinito dell’uomo!


Un certamen alla lavagna, certamente riuscitissimo ove a vincere è l’infinito dell’uomo!

 

 

 

 

“Troppe Arie” Trio Trioche

Teatro delle Arti, Lastra a Signa, 13 dicembre 2019

Franca Pampaloni, Nicanor Cancellieri e Silvia Laniado, regia di Rita Pelusio

Simpaticamente incuriositi dal titolo, ci sediamo in platea per assistere allo spettacolo del Trio Trioche, che solo pronunciandolo ci riempie la bocca della sua abbondante ‘strabordanza’ ci interroghiamo infatti sulla sua origine, ma la provenienza ci spiega la stessa Silvia Laniado più tardi, è nata gogliardicamente in una allegra serata del 2013 trascorsa insieme alla regista Rita Pelusio, nella quale bevendo un ottimo Borgogna e trastullandosi alla ricerca del loro Nome dice “ …è venuto fuori spontaneamente dando un po’ l’idea del trio” , ” …e scherzando sull’assonanza con le oche e le brioche in un francese italianizzato “ci conferma Franca Pampaloni , vuola’, nasce “Trioche” .
Il suono francese, però  ci evoca anche suggestioni storiche sul teatro di varietà, o, più comunemente  variété  nella sua declinazione appunto francese, un genere di spettacolo teatrale leggero come imitazione del Cafe’-concert .
Si tratta di un genere di spettacolo nel quale si eseguivano numeri di arte varia tra cui operette, giochi di prestigio, balletti, canzoni..in questo caso il teatro si struttura in un alternarsi di note musicali e comicità deliziosa, mai eccessiva un genere molto attuale oggi, ma che raramente racchiude il sapiente studio multidisciplinare e poliedrico di musicisti comici e sapienti intrattenitori, è vero che prende consistenza dal teatro fisico e  dalla clowneria , ma qui l’evoluzione è  stata strumentale/ melodica , è un vero e proprio concerto, la vera protagonista è la musica in genere e la lirica e la fine satira nasconde il voler smascherare il grande amore per questa preziosa arte.
La storia si ambienta sul palco in un concerto musicale, i protagonisti sono una arzilla Signora ( Franca Pampaloni) al pianoforte e il nipote( Nicanor Cancellieri )al flauto traverso che si trova a dover contenere la vivace Norma ( Silvia Laniado) badante della zia che ha una vera abilità artistica lirica e che stravolge completamente il repertorio tradizionale classico a favore di interpretazioni riarrangiate e dissacranti di rumori eseguiti con oggetti  strani spesso impensabili.
L’energia di Norma  è frizzante  con i suoi potenti vocalizzi ed esuberante nella sua comicità e complicità di scambi e di giochi equivoci con il nipote e la briosa zia in un circolo  vivo che ci diverte e ci coinvolge  portandoci avanti ed indietro nel tempo in ogni genere  e a cambi di ritmi immediati senza interruzioni e senza tante parole ma con  interi repertori… da Beethoven…, Johann Sebastian Bach, Rossini  fino a Lady Gaga , passando dalla famiglia Adams, Mission Impossible, il barbiere di Siviglia, “Ancora” di De Crescenzo, l’Ave Maria di Schubert, “I’m singing in the rain “ di Gene  Kelly tutte arricchite di sbadataggini e beffe incredibili, sciroppi, siringhe, gomme da masticare, torce , cucchiai, pettini, dentiere che diventano nacchere,situazioni bizzarre ed incredibili da morir da ridere.
Favolosa è la comicità che coinvolge il pubblico ma che qui simpaticamente si complica e si esaspera con una dirompente Norma in  “Amami Alfredo “ (Verdi, la Traviata) che  in stile Maria Callas si avventa su uno spettatore neutralizzando e rendendo inoffensiva la moglie …è qui che si innesca il vero meccanismo, come una “miccia” preziosa,  la partecipazione emotiva dello spettatore  è  fondamentale, perché una volta introdotti nel gioco avviene  l’incontro tra attore e spettatore rendendo tutto “esplosivo” in un’inatteso e buffo linguaggio, fatto di musica e risate.
Il caratterizzante egocentrismo dei personaggi  e la  poliedricità stessa degli artisti, è abilmente mescolata alla grande preparazione musicale e agli esasperati giochi della gags comica che fa risultare tutto sicuramente vincente.
Alla musica si può addirittura attribuirle la forza di elemento dirompente della” quarta parete” , cioè quel salto che permette di oltrepassare  il limite tra il reale e l’ irreale tipico del teatro  incoraggiando il pubblico a pensare in modo più critico su ciò che sta  osservando, in questo caso ascoltando, riappropriando lo spettacolo della giusta consapevolezza e consistenza, capiamo che non si tratta solo di avanspettacolo ma di studio teatrale sofisticato che lascia il sapore dolce di una serata ben trascorsa.

“ L’Abisso” di Davide Enia

Teatro Florida , Firenze 28 Novembre 2019

Stasera sul palco del Teatro Florida , Davide Enia, accompagnato dal musicista Giulio Barocchieri, ci ha trasportati con infinita delicatezza e sensibilità , a volte anche ironica, rimbalzandoci dal riso al pianto, in una narrazione drammaturgica completa e ricca di sfumature complesse.
Una narrazione fatta di gesti precisi che entrano ed escono in un linguaggio teatrale intenso, vero, con un lessico personale coinvolgente che ci accompagna passo passo attraverso un racconto, fatto di storie, tutte intrecciate fra loro e sovrapposte alla sua, in un dialogo schietto, sincero, fatto di spezzoni di vita quotidiana e di rapporti personali, come quello tra lui e il padre, o tra lui e lo zio, (malato di cancro per la seconda volta, a cui è molto legato) Enia si confida , ci confida scherzosamente l’incapacità comunicativa del padre fatta di silenzi, di mutismi , ma che poi riesce a superare attraverso la comprensione, l’ironia, ma anche con il tormento e il dolore condiviso di aver vissuto insieme quegli sbarchi, o la similarità dei sentimenti che li accomuna in quei momenti.
Enia, sottolinea “ l’umanità ” che vince ogni bandiera ed ogni colore durante i “ salvataggi ” , mostra il grande cuore dell’Italia, piccole grandi imprese degli abitanti, dei pescatori, della gente che vive sul posto, Lampedusa che accoglie e non respinge. Davanti allo sgomento collettivo, fa i conti con la propria coscienza, senza dubbi, sceglie la vita alla morte… si butta in mare per cercarla, tenta ad ogni costo con ogni sforzo …di salvarli tutti.
Sono loro gli “ eroi invisibili ” dei nostri tempi, che scendono e risalgono dagli abissi del nostro Mediterraneo.
Un monologo straordinario fatto di parole e movimenti mai scontate, che nasce dall’orrore, ma che si trasforma in “ bellezza ”, parlando di persone che agiscono e che non restano immobili.
Noi, con i nostri “ occhi impotenti ”, veniamo scossi profondamente dall’invito di Enia, che ci fa intendere di essere stati “ brutalmente abituati ” a qualsiasi cosa… ci esorta, invece, a ritrovare in noi, quel “ grido di umanità”, ad ascoltarlo, a sentire dentro quel dolore straziante e ancestrale, quella atrocità che lui stesso descrive attraverso i suoi personaggi, uomini, donne normali di Lampedusa, (Paola, Melo, Vincenzo, il custode del cimitero in pensione, lo zio, il padre) che sono invece straordinari nella loro semplicità, nella loro normalità continuano a prendersi cura dei vivi e dei morti, lavandoli, coprendoli, curandoli, seppellendoli, ascoltandoli …e nel farlo così spontaneamente, ti portano a riflettere su come ti comporteresti tu, proprio tu….su quegli stessi moli ricoperti da indeterminatezza sovraffollati di cadaveri, circondati da “esseri umani” soli, spaventati, feriti, spaesati… è mentre accade tutto questo che ti percorrono addosso i brividi, perché provi la loro paura, senti il loro freddo … guardi il palco da dove Davide Enia riesce a restituirti pace e a restituire pace ed equilibrio, dignità e onore alla vita.
È la denuncia di un uomo “ per bene” , che vive l’urgenza di intervenire, di richiamare ognuno di noi a riprendere coscienza, a vedere e non più guardare, ad ascoltare e non più sentire …è un “ grido” da non ignorare, è parte della “ Storia della nostra origine ” :
“Europa in groppa ad un Toro Bianco scappa da Cipro, attraversa il mare per giungere fino a Noi, rendendoci tutti figli di un naufragio!”
Enia con questo finale, ci lascia senza parole, permeati anche da un po’ di vergogna, ora che il messaggio è stato recepito, abbiamo imparato una lezione importante, di rispetto che va oltre …in profondità, nell’abisso di noi stessi, commossi e addolorati per ogni vita perduta, ma ammirati da ogni gesto, di chi, silenziosamente agisce indiscreto, con ogni mezzo, con forze inaspettate , lavorando assiduamente ogni notte nei salvataggi, nella speranza di riuscire a ridare luce a più vite possibili, confrontandosi ogni giorno con scelte impossibili …..il dover scegliere… in mezzo al mare, nel buio più cupo, chi far vivere e chi lasciar morire…

Ultimi posti disponibili!

Ultimi posti disponibili per i corsi di teatro a Firenze

 

 

Officina Teatro ‘O – scuola di teatro dal 1996

iscrizioni per l’anno 2019/2020

I anno corso base serale – 1 posto disponibile

I anno corso base ore 18,30 – esaurito

II anno corso avanzato – esaurito

III anno corso avanzato – esaurito

La Bella Età teatro per over 60 – 2 posti disponibili

 

Info ed iscrizioni

Telefoni: 055 4684591 – 328 2793144 – 339 3318580

www.teatroo.it

info@teatroo.it

officinateatroo.wordpress.com

Facebook

Instagram

 

PERCHE’ ISCRIVERSI AD UN CORSO DI TEATRO?

 

“Per poter dire allo specchio: ‘Beh, da te questa proprio non me l’aspettavo!’. E sorprendere se stessi è sempre una bella cosa.”

Andrea

“Per scoprire parti di te che altrimenti rimarrebbero nascoste.”

Letizia

È un esperimento meraviglioso. Alla fine sembra la chiave di tutto.”

Annalisa

“Per scoprire che quello che si pensa impossibile è invece possibile… e pure divertendosi con gli altri!

Marco

“Difficile da spiegare a chi non lo ha mai fatto. Soltanto chi ha frequentato un corso di teatro sa cosa si perderebbe a non fare un corso di teatro!

Matteo

Perché fare un corso di teatro è come mangiare la Nutella… Se lo provi non puoi più farne a meno!”

Francesca

La magia del teatro ti aiuta ad essere te stesso anche nella finzione.”

Elisa

“Perché iscriversi ad un corso di teatro in 3 parole? PERCHÉ TI CAMBIA.

Alessandra

NOVITA’ CORSO BASE DI TEATRO ORE 18,30

NOVITA’ CORSO BASE ORE 18,30

 

In partenza il nuovo CORSO BASE di Teatro con orario pre serale.

Il corso inizierà alle ore 18,30 nella nostra sede Newstaz in via Attavante 5 a Firenze a soli 2 minuti a piedi dalla fermata della Tramvia Nenni – Torregalli (linea T1).

 

Il corso – della durata di 2h15’ – inizierà MERCOLEDI’ 16 OTTOBRE.

 

Temi centrali del corso saranno la scoperta delle proprie capacità espressive attraverso il gioco, la disinibizione, il senso del ridicolo e tecniche di improvvisazione per stimolare la fiducia in sé e negli altri, giocare con la voce imparando le basi di dizione e pronuncia.

Corso base aperto a tutti.

 

Inoltre per i nostri allievi riduzioni fino al 60% per i biglietti nei principali teatri di Firenze e non solo (Teatro della Pergola, Teatro Puccini e Teatro di Rifredi di Firenze, Teatro Metastasio e Fabbricone di Prato… )

 

Officina Teatro ‘O

Scuola di Teatro a Firenze dal 1996

Newstaz via Attavante 5, Firenze

Fermata Tramvia Nenni – Torregalli

Info ed iscrizioni

Telefoni: 055 4684591 – 328 2793144 – 339 3318580

www.teatroo.it

info@teatroo.it

Facebook

Instagram